lunedì 6 novembre 2017

Capitolo 4

In un'altra salumeria del Borgo Sant'Antonio Assuntina Cannetiello chiacchierava animatamente con la signora Concetta del quarto piano di fronte casa sua dei prezzi della carne, della pulizia del vicolo e infine dei loro ragazzi a scuola. Di tanto in tanto il salumiere Armando chiedeva se il peso di qualcosa andava bene o se doveva togliere.
«E speriamo che Salvatore quest'anno mette a' capa a fa bene.» disse a un certo punto la sua vicina. Era una donna di 40 anni che ne dimostrava almeno dieci in più: i capelli spettinati, le rughe che le solcavano già il contorno degli occhi e della bocca e un petto enorme, come se avesse allattato dieci figli. Dalla sigaretta ormai a metà, aspirava a grandi boccate mostrando poi i denti ingialliti come in una smorfia di dolore.
«E sì, tene già 13 anni.»le rispose Assuntina.
«E però se non va a scuola che fa?» disse la donna guardando il salumiere come in cerca di consenso alle sue parole. Il salumiere si limitò a sorriderle e ad annuire, mentre incartava i due etti di prosciutto.
«No, quest'anno ci va eccome!» rassicurò Assuntina un po’ seccata. «E suo padre ha detto che gli spezza le gambe e poi lo manda a faticare, così vede che significa. No, no, quest'anno ci va, ci va!»
Lo sguardo serio e poco convinto della signora Concetta in risposta alla sua sicurezza, diceva niente e diceva tutto.
«Ma perché signora Conce’, sapete qualcosa che io non so?»
«Vanno bene 100 grammi signora Cannetiello?» si inserì Armando.
«Sì, sì...» lo liquidò con un cenno della mano senza nemmeno guardarlo perché ciò che attendeva con ansia era la risposta della vicina che con quel silenzio e quella smorfia fingeva di non voler dire, mentre era chiaro che non vedesse l’ora di parlare.
«Ma veramente...» disse puntando con gli occhi l’uscita.
Assuntina capì, pagò il formaggio e il pane, appese la busta al passeggino dove Maria Concetta riposava tranquilla e insieme alla sua vicina si incamminarono verso casa.
«Io non so se faccio bene a dirvelo, ma...»
«Dite pure, dite.»
«Mio fratello, lo sapete quello tiene il negozio di bombole a gas all'angolo del Corso Garibaldi, vicino alla tabaccheria. E lui dice che a Ciurillo lo vede spesso dalle parti di Porta Capuana la mattina. Gioca a pallone con degli amici.»
«Ma siete sicura? Parlate di Ciurillo? Salvatore mio? Non è che si è sbagliato con qualcun altro?»
«E come si sbagliava donna Assunti’? Lui l'ha visto crescere a Salvatore, hehe, lo conosce bene. Fidatevi, era lui. Era insieme ad altri ragazzi che non sono del nostro vicolo, saranno di Porta Capuana. Ragazzi più grandi, sui 15, 16 anni.»
Assuntina era sbiancata. Se Lino lo veniva a sapere questa volta davvero le gambe gliele avrebbe spezzate a Salvatore. Doveva parlargli appena tornava, prima che suo padre rincasasse dal lavoro.
E proprio mentre lei si lambiccava il cervello per cercare le parole giuste da dire a sua figlio, quel disgraziato, Salvatore rincorreva un pallone da calcio in un vicoletto dove le macchine non passavano poiché era una strada senza uscita dove si entrava tramite una rampa di scale in pietroni rettangolari.
Le porte erano segnalate da bottiglie di plastica recuperate tra le montagne di rifiuti accanto ai cassonetti già ricolmi. Era ormai una prassi che il camioncino per la raccolta dei rifiuti non si facesse vedere per giorni. Forse perché era una seccatura per i netturbini andare avanti e indietro e su e giù per le scale con i sacchetti pesanti. O forse semplicemente saltavano i turni come in ogni parte della città, solo per il gusto di farlo, tanto nessuno li avrebbe controllati e nessuno li avrebbe multati, o minacciati di licenziamento. La conseguenza era che i sacchetti si accumulavano e in alcune zone arrivavano a formare collinette anche di un metro e mezzo o trincee lunghe come nella prima guerra mondiale. Succedeva poi, che qualche cane o gatto randagio si trovasse a passare e che per la fame si mettesse a scavare e a forare sacchi e buste, lasciando travasare lattine, bottiglie in plastica o in vetro, cartoncini del latte, scatolame vario, verdure secche o ingiallite, frutta marcia, contenitori per il detersivo.
Succedeva anche che qualcuno si stufava di sentire quel fetore sotto casa che attirava, tra l'altro, topi grossi come gatti, e decideva per tutti gli abitanti del quartiere che la soluzione migliore sarebbe stata quella di appiccare il fuoco. L'odore di bruciato che sprigionava e il fumo nero forse erano anche più dannosi alla salute del putrido dei rifiuti, ma nessuno lo sapeva o forse se nessuno se ne curava. L'importante era che il volume della ' munnezza' diminuisse e che gli animali randagi se ne stessero lontani. A Napoli negli anni ottanta, ma chissà ancora quanto tempo prima, avevano già inventato gli inceneritori di quartiere che partivano per desiderio di privati cittadini. Per i napoletani la burocrazia era pura metafisica.
Le leggi del governo di Roma in questa città, infatti, non erano minimamente considerate: laddove esisteva un problema, la prima soluzione possibile diveniva automaticamente anche quella più adatta. Inutile ragionarci, inutile perdere tempo a discutere, a pesare proposte sul piatto della bilancia. Arrivano cani, gatti, topi? E poi le mosche e gli scarafaggi? La puzza è nauseabonda? I netturbini non arrivano? Il Comune se ne frega? Appicciamme tutte cose! Bruciamo tutto! E in pochi minuti il problema, a modo loro, era risolto.
Di tutto questo non si interessava di certo il nostro Salvatore che ad ogni goal segnato esultava come se avesse vinto la Coppa dei campioni. Il suo compagno di squadra Marittiello gli gridava «schìe o 'cinque» e si scambiavano una schiacciata di mano sonora e alquanto dolorosa. Gli altri due compagni do gioco, uno smilzo da sembrare anoressico, l'altro grosso tanto che la maglietta gli si alzava sulla pancia, si guardavano perplessi accettando la sconfitta a testa bassa.
«Guagliù mo' me ne devo andare, alla prossima, vi facciamo un'altra mazziata, hahaha!» li prendeva in giro Salvatore.
Mani in tasca fischiettando un pezzo neo-melodico, se ne andava nei pressi della scuola dove lo attendeva un suo compagno di classe al quale aveva prestato il suo libro di italiano. Con quello sottobraccio e il diario lindo come il giorno in cui lo aveva comprato, tornava a casa sereno e un po' affaticato.
«Nè Ciurì, ti vedo stanco assaje.» disse sua madre senza guardarlo.
«E 'sta scola ma'...»
«E quello si sa, la scuola stanca, stanca tanto!»
«Che si mangia?»
«Spaghetti ca pummarola»
«Buoni!»
«Vatta a lavà le mani.»
«Già fatto!» diceva prendendo posto a tavola. Maria Concetta intanto si era addormentata tra le braccia di sua madre che aveva sguardo teso come le corde di un violino. Ma Salvatore non se ne poteva accorgere perché non la guardava. Era interessato ad un programma su Rai uno.
«Ma te le sei lavate bene le mani Ciurì?»
Era stato allora che il ragazzo l'aveva guardata avendo compreso dal tono della voce e dal fatto gli spaghetti erano ancora nella pentola e non nel suo piatto, che c'era qualcosa che non andava.
«Sai, giocando a pallone le mani si sporcano assaje.»
«Giocando a cosa?»
«Non fare lo scemo con me, Salvato’, che menomale che tuo padre non sa nulla! Ho chiamato a scuola oggi e mi hanno detto che eri assente e che hai ben sette giorni di assenza non giustificati. Ma che vogliamo fare, vogliamo perdere un altro anno?»
«Ma si saranno sbagliati a scuola, quelli sono tutti scemi!» disse puntando l'indice contro la tempia e facendolo roteare.
«E si sarebbero inventati sette giorni di assenza, così come si è sbagliato qualcuno che ti ha visto giocare a pallone in questi giorni nell'orario di scuola!»
Assuntina andò a posare Maria Concetta nella culla, poi riscaldò velocemente la pasta e ne versò una mestolata nel piatto di Salvatore che non aveva osato dire più nulla. Per quel giorno bastava così. Adesso toccava a Salvatore dimostrare di aver capito l’errore.
Salvatore, invece, a dire il vero non aveva capito proprio nulla se non che il mondo era un vero schifo, perché lui voleva giocare a pallone, voleva diventare un attaccante del Napoli, uno forte e famoso. Della scuola non gliene fregava nulla, davvero non riusciva a comprenderne l'utilità. Tutte quelle materie a cosa gli servivano? A cosa gli serviva studiare i Greci, i Romani? Erano tutti morti! E la grammatica? Ma a chi interessava la differenza tra aggettivi e pronomi, o l'uso del congiuntivo? Lui sapeva parlare bene in napoletano e quello contava! L'inglese, poi...lui non aveva nessuna intenzione di lasciare Napoli o l'Italia, a cosa gli sarebbe servito conoscerlo? Per non parlare poi della matematica: ma una volta che avevi imparato le quattro operazioni, a cosa serviva studiare tutto il resto? A lui piaceva solo educazione fisica, l'unica materia in cui aveva 9. Il resto era solo una perdita di tempo, anzi una tortura!
Purtroppo la scuola di calcio costava troppo e suo padre a quel tempo lavorava come capitava, per cui niente, doveva accontentarsi di giocare per strada con i suoi amici, che non era proprio la stessa cosa. Non riusciva comunque a rassegnarsi. Prima o poi avrebbe frequentato una scuola di calcio, seria, oppure si sarebbe messo a palleggiare davanti al campo dove si ritirava il Napoli, a Soccavo. Lì lo avrebbero notato e preso subito a giocare, ne era certo!
Ma per adesso doveva accontentarsi e allenarsi, allenarsi più che poteva e sognare ad occhi aperti, questo almeno era gratis!
( continua )

venerdì 27 ottobre 2017

Oltre il Vesuvio capitolo 2 parte 4



'Non ci pensare Madalé, non ci pensare!' si raccomandava da sola. 'Andrà tutto bene. Tua figlia ha bisogno di te, è ancora piccolissima e Francesco pure.'
Dalla cucina sentiva sua madre trafficare. Dal giorno in cui era tornata a casa dopo l'intervento, sua madre la signora Mena Russiello si recava puntualmente ogni mattina verso le 9.30 per rassettarle casa, portarle un po' di spesa e cucinare.
Mena le assomigliava poco se non per il colore dei capelli che però portava corti e per il sorriso largo e avvolgente. Era bassina, robusta, con delle gambe gonfie attraversate da rami blu violacei, le vene varicose, che però non le impedivano di portare tacchi a spillo, né di camminare avanti e indietro rapida come se avesse le ruote sotto. Non si truccava, dopo una certa età lo considerava di pessimo gusto, ma colorava di rosso le labbra sottili.
Maddalena si affacciò in cucina ancora in camicia da notte mentre sua madre sistemava la spesa in un mobiletto. La cucina era lunga e stretta. Da un lato c'erano tutti i pensili e i mobili bassi con il piano cottura in acciaio; dall'altra parte il doppio lavello sempre in acciaio e un tavolo grande per sei persone. I mobili erano laccati di giallo, colore che negli anni settanta insieme al marrone aveva fatto furore. E infatti le piastrelle quadrate ripetevano quel giallo e quel marrone su uno sfondo bianco. Dalla finestra al centro altissima, entrava la luce del giorno ad illuminare la stanza intera.
«Ti faccio un caffè?» disse subito sua madre andandole incontro e baciandola sulla guancia.
«Lo faccio io non ti preoccupare.»
«Non ti dà fastidio poi se fumo?»
«Ma no tranquilla, ormai sono due settimane che non tocco una sigaretta. Ieri Antonio si è messo a fumare e mi ha persino dato fastidio!»
«E menomale, quello è un brutto vizio, io lo dico sempre, ma una volta che l'hai preso..ehhh..» disse scuotendo la testa. «Adesso invece mi raccomando, approfitta della situazione e non ricominciare!»
Maddalena sorrise. Una mamma non smette mai di fare la mamma.
Poi prese la caffettiera da due che era sistemata accanto a quelle da quattro, da sei e da dieci. Riempì d'acqua fin sotto alla vitarella. Coprì con il coppino pieno di caffè macinato e strinse forte.
«Vorrei uscire.» disse con voce malinconica.
«Un po' di pazienza. Il dottore ha detto che è meglio se sta a casa ancora una settimana.»
«Ma io non ce la faccio più. E' vero mi sento debole, ma non voglio mica correre? Anche solo andare a prendere il pane.»
«E vabbè il pane è qua dietro!» disse sua madre.
«Andiamo?»
«Vestiti dai, io preparo Adele e andiamo a prendere il pane.»
Maddalena si sentì come se le avessero appena annunciato che aveva vinto centomila lire al lotto!
Una volta in cammino per il corso Garibaldi si sentì invasa piacevolmente da tutti quei rumori che prima dell'operazione detestava: i pullman, le auto, i motorini e le Vespe 50 che scaricavano nell'aria fumi nauseabondi. E poi la gente, soprattutto donne, donne grasse e donne magre, madri e figlie con i loro figlioletti e nipotini a carico, squadroni di famiglie con le loro buste della spesa, i loro sguardi persi davanti alle vetrine, il loro vociare forte, il loro salutarsi con baci e abbracci, il loro arrestare il tempo per farsi due chiacchiere tra una compera e l'altra.
La salumeria 'Ubaldo' dominava la piazzetta Marconiglio. Pulita, con le vetrine sempre in ordine adornate di salumi e pasta e pane e conserve varie.
Don Ubaldo era poi di una cortesia squisita e così sua moglie. Alla vista di Maddalena le fece subito i complimenti per l'aspetto raggiante. Poi scese dal palchetto dietro al bancone nascondendo qualcosa dietro la schiena. Si chinò davanti alla piccola Adele, Adelina come la chiamavano tutti e dopo averla salutata le chiese di porgergli la mano. Adelina sorrise e obbedì. Si ritrovò allora un ovetto della kinder sul suo palmo paffuto.
«Ma non dovete!» disse Maddalena pur sapendo che Don Ubaldo nutriva un piacere sincero nel regalare di tanto in tanto un ovetto alla piccola. E ogni volta veniva rappresentata la stessa scenetta: lei che rifiutava ringraziando. L’educazione era la prima cosa, le avevano insegnato: non bisognava mai accettare subito, magari alla seconda o meglio alla terza insistenza.
«Ringrazia a mamma!» disse alla fine Maddalena.
«Grazie!» sussurrò la bambina arrossendo.
Il sole era caldo e il cielo limpido. Avevano fatto bene ad uscire anche se si sentiva terribilmente debole. Una volta a casa Maddalena avrebbe riposato, ma adesso doveva godersi quei momenti semplici che le riempivano la giornata.
Il pane era caldo e fragrante. Nel breve percorso verso casa, mentre discuteva con sua madre se fare o meno la pizza quella sera, ne strappò un'estremità e la mangiò con gusto e fame. La vita era anche questo.


martedì 24 ottobre 2017


Di Cenerentole, Regine e altri malfattori

Racconto di
Emilia Capasso

Da alcune settimane era calata su di me una sorta di tendina di indifferenza. Le chiacchiere, i discorsi, i problemi di amici e conoscenti mi passavano sul corpo come un vento caldo. Le notizie del mondo non mi interessavano. Conservavo costantemente sul viso un’espressione piatta.
Volevo diventare come il tempo: trasparente, senza inizio e senza fine.
La mia vita aveva smesso di avere un senso quando un giorno avevo scoperto di averne uno: mi ero follemente innamorata di una persona che non esisteva. Penserete che io sia matta, beh’ non vi sbagliate, in parte lo sono, ma non al punto di non comprendere la mia pazzia. Questa persona di cui mi ero innamorata era ben viva, ovvero respirava, lavorava, mangiava, dormiva e tutto quanto. Aveva anche una compagna e una figlia. Tuttavia nel mio immaginario lui era un essere speciale, era quello che avevo aspettato o cercato o immaginato per tutta la vita. Il famoso principe azzurro o uomo dei sogni. Ed era arrivato proprio quando non me l’aspettavo. Solita storia, penserete, ebbene no, non lo era.
Il problema era che in questa fiaba reale che era la mia vita, io non giocavo il ruolo di Cenerentola, bensì quello di un personaggio fuori narrazione. Cenerentola era un’altra e quella sera io stavo per incontrarla.
Non potevo credere che il destino o il caso o la mia energia di attrazione l’avesse portata sul mio cammino.
Si era iscritta una settimana prima al mio stesso corso di latino americano. Avevo casualmente letto il suo nome nella lista dei partecipanti di quel martedì. Avevo alzato le sopracciglia, provando una certa sorpresa mista a sete di malvagità. Forse la sua partecipazione al mio stesso corso si sarebbe rivelata come l’occasione giusta per vendicarmi.
Generosità, pietà, comprensione, bontà, empatia erano sentimenti dei quali proprio il suo caro compagno mi aveva insegnato l’inutilità. Lui che era stato il mio amante per quasi tre anni, mi aveva trasmesso la sua malattia, raggelando i miei sentimenti, e ricoprendo il mio corpo con un’armatura di ferro. Adesso ero una guerriera che desiderava solo vendicarsi.
Siccome avevo immaginato questa Cenerentola come una bellissima ragazza ingenua, mai provai gelosia nei suoi confronti, poiché non avevo mai considerato né la bellezza né l’ingenuità come dei valori.
L’unico mio peccato nei suoi riguardi era l’invidia. Più volte, infatti,  l’avevo immaginata avvinghiata all’uomo che più desideravo al mondo; l’avevo vista baciarlo con passione nel letto, sotto la doccia, a prima mattina mentre facevano colazione. Li avevo immaginati mandarsi messaggi traboccanti di “ti amo, mi manchi, quanto ti voglio, non vedo l’ora di averti stasera, ti desidero” il tutto colorato e romanticizzato da cuoricini e smiles con bacetti.
E avevo anche immaginato il giorno in cui erano andati a vivere insieme, in cui lui l’aveva presentata ai suoi come la donna della sua vita, quella con cui avrebbe condiviso gli anni a venire e messo su famiglia. Il tutto provando una immensa invidia.
Ma cosa c’entravo io con la loro tenera fiaba d’amore? Io, il famoso personaggio fuori narrazione.  C’entravo tutto e niente, perché ero stata semplicemente la sua amante, quella che quando si viene scoperti “non conta nulla”.
E nonostante fossi entrata per prima nella vita di lui, ero ben presto finita relegata ai margini di un foglio immaginario. Ero un po’ come quegli appunti presi a matita in fretta, mentre la parte importante del testo è quella scritta bene e ordinata. Solo che anche gli appunti servono, anche gli appunti hanno un significato.
Così mentre a lei regalava baci, abbracci, promesse e parole dolci, a me donava la sorpresa del messaggio inatteso, la passione, il desiderio incontenibile, il piacere fine a se stesso.
Poi un giorno d’improvviso avevo preso a star male, troppo, lui mi mancava, lo volevo tutto per me, allora ero stata costretta a mettere la parola fine a quella fiaba che avrei invece voluto non finisse mai.
E dopo due anni di tentativi di sepoltura me la ritrovavo lì al mio corso di latino americano, la mia Cenerentola a riportare alla luce antiche ferite, rabbia e sete di vendetta.
Cosa avrei potuto fare? Avrei potuto scriverle due righe e infilargliele nella borsa nello spogliatoio mentre non c’era nessuno. Oppure avrei potuto stampare alcuni messaggi di lui, ardenti, talvolta ai limiti della decenza, che ancora conservavo sul PC non per amore suo, ma per ricordarmi di non ricadere più in trappole simili.
Sarebbe stato bello gridarle in faccia: “io mi sono trombata il tuo compagno tante di quelle volte mentre tu chissà magari eri a far la spesa con mammina o al lavoro, povera scema!” E chissà,  magari proprio mentre scendeva le scale di casa mia ti mandava messaggi pieni di bugie: “sono al lavoro amore mio, sono con un cliente, sono in macchina ti chiamo appena posso”.
Ma poi pensavo che se lei, povera scema, se lo era preso e tenuto come fidanzato e mai in tutti quegli anni si era accorta di nulla, beh allora era proprio quello che si meritava, che se lo tenesse corna comprese!
Al corso di latino americano non mi guardai intorno per cercarla con gli occhi poiché l’avrei riconosciuta nel momento in cui il maestro di ballo avrebbe fatto l’appello. Fu così che quando pronunciò il suo nome la vidi e rimasi a dir poco sorpresa: era minuta, più bassa di me, capelli lunghi tenuti su alla meglio, niente trucco, un corpicino giovane ma privo di sensualità. Nonostante avesse molti anni in meno, la mia fisicità la sommergeva. Sembrava quelle adolescenti che per restar magre saltano i pasti. Era incredibilmente normale. E io che l’avevo immaginata bellissima, la Cenerentola che aveva fatto innamorare il Principe Azzurro. Che delusione!
Ad un certo punto, essendosi accorta di essere la meta del mio sguardo avido e insistente, si girò verso di me. Il nostro incontro visivo durò solo un attimo perché invasa dalla sicurezza dei miei occhi subito abbassò i suoi, mentre il suo corpo si irrigidiva. Non era possibile: lei sapeva? Lei era a conoscenza di me? Era diventata ancora più piccola. Non lo so, forse la mia immaginazione era troppa, ma mi sembrava imbarazzo quello che emanava il suo sguardo.
 Ma come e quando aveva scoperto della nostra relazione? In fondo, ero stata io a lasciarlo, anzi a scacciarlo e anche brutalmente, stufa di essere trattata come la famosa bambola di Patty Pravo.
Possibile che lei avesse scoperto il tradimento e che avesse finto di non sapere nulla pur di tenersi il bastardo infame traditore? Forse le era capitato di leggere uno dei miei messaggi, uno di quelli che lui per sbaglio non aveva cancellato. Allora tra le lacrime doveva averlo riempito di insulti, doveva averlo invitato ad andarsene via, mentre lui si inginocchiava, le gridava tutto il suo amore, supplicando di perdonarlo perché era stato solo un momento di debolezza (tre anni quasi), che non sarebbe successo più e che senza di lei era un uomo finito.
O forse le aveva mentito dicendole che ero una povera matta invaghita di lui, che lo perseguitavo con messaggi e chiamate nonostante lui si fosse mostrato sempre indifferente ai miei tentativi di seduzione e mi avesse ripetutamente detto di essere felicemente fidanzato.
In ogni caso, la delusione era il mio sentimento più forte, insieme a quello della compassione.
Per tutta la serata lei evitò di guardarmi. Se si trovò a passarmi accanto, fu per caso e lo fece sempre tenendo il capo chino e le membra rigide.
In questa stupida fiaba io adesso ero la Regina cattiva, che dinanzi alla povera Cenerentola, invece di infierire contro di lei, la lasciava andare al suo destino.
La verità era che mi aveva spiazzata. Quella sera mi ero recata al corso con il solo scopo di  vendicarmi combattendo contro una degna rivale; invece mi ero ritrovata davanti una bambina insicura, destinata a sofferenze ben peggiori delle mie.
In fondo, a me lui “Ti amo” non l’ aveva detto mai.

lunedì 23 ottobre 2017

Capitolo 3
Parte prima

Maddalena Brigante alle dieci di mattina era ancora a letto. Guardava con amore Adelina seduta al suo fianco, che giocava con  una bambola dai folti riccioli neri e stopposi.
Quella mattina si sentiva meglio o così voleva pensare. Qualcuno, infatti, non ricordava più chi fosse,  le aveva detto che se si è ottimisti e sereni il corpo guarisce più in fretta da ogni malattia. Quindi, ogni qualvolta un pensiero negativo le ombreggiava la mente, chiudeva gli occhi,  sospirava e si faceva coraggio da sola. Il Signore, poi, l’avrebbe di certo aiutata a superare quel momento e la Beata Vergine pure.
Era inevitabile, però, che di tanto in tanto le sue mani scivolassero sulla ferita sotto la gola e accarezzassero quella specie di mezza collana che al posto delle perline presentava delle orrende crosticine nere. E quando la vedeva riflessa allo specchio una morsa le stringeva il petto e gli occhi si inumidivano.
Il dottor Valente, primario di oncologia al Pascale, aveva assicurato che l'operazione era perfettamente riuscita. Adesso occorreva aspettare la biopsia, dopo di che si sarebbe deciso se era il caso o meno di fare un ciclo di chemioterapia.
Quella parola: 'CHE-MIO-TE-RA-PIA' le trasmetteva un terrore quasi palpabile. Era un ricordo ancora giovane quello di sua zia che dopo essersi sottoposta a un ciclo di chemioterapia si era ritrovata a soffrire di nausea, di vomito, mentre sul corpo erano apparsi lividi di diversa grandezza e i suoi capelli si erano diradati fino a sparire del tutto. Si era comprata un paio di foulard, ma più che un abbellimento sembravano renderla ridicola.
Perdere i capelli le pareva la peggiore di tutte le disgrazie.
I suoi capelli erano ancora neri, folti e lucidi come quelli di una quindicenne. Se li avesse persi come si sarebbe sentita? Come avrebbe reagito suo marito Antonio? L’avrebbe più desiderata?
Il solo pensiero la spaventava più di qualsiasi dolore o malessere. E poi, la sua testa pelata sarebbe stata la testimonianza in gigantografia della sua malattia. Tutti per strada l’avrebbero fermata per chiederle cosa le fosse successo e chi sincero e chi meno, tutti l’avrebbero sottoposta a una sorta di interrogatorio maleodorante di ipocrisia o di morbosa curiosità.
Maddalena scosse la testa mentre Adelina cambiava il vestito alla sua bambola.
«Guadda mamma, bello quetto!» diceva indicando un abitino bianco a fiori blu.
«Sì, bello, bellissimo!»
Maddalena aveva deciso: nella peggiore delle ipotesi se ne sarebbe stata chiusa in casa. C’era sua madre che poteva farle la spesa e andare a prendere Francesco a scuola in caso di urgenza.
Si sarebbe goduta la piccola Adele, avrebbe trascorso tutto il tempo a casa tenendola in ordine e pulita come una reggia. Magari avrebbe anche trascorso più tempo in cucina, imparando qualche ricetta nuova o preparando torte deliziose.
Ma perché aveva pensato peggio? Esisteva anche il meglio. Magari dalla biopsia sarebbe risultato un tumore benigno e tutto si sarebbe risolto con qualche controllo semestrale, poi annuale, infine il ritorno alla normalità.
Aveva solo 38 anni...e la nebbia della malinconia ritornava a soffocarle la mente. Cercava di allontanare il pensiero più brutto ma nella sua testa sembrava ci fossero due anime, due cervelli, due spiriti antagonisti: il suo angelo custode e un diavoletto. Il primo la rincuorava, il secondo le faceva apparire una bara con lei morta dentro e i suoi cari fuori a piangere disperati. Non poteva morire. Francesco e Adelina avevano ancora tanto bisogno della mamma.
A lei, in fondo di vivere importava sì, ma non per se stessa, quanto per poter dare tutto l’amore possibile ai suoi figli. Non avrebbe sopportato che soffrissero per la sua morte, che si trovassero soli con un padre sempre fuori per lavoro e magari una madre adottiva incapace di affezionarsi a loro. E anche se si fosse affezionata, cosa molto facile data l’amabilità naturale delle sue creature, essi non sarebbero mai stati figli suoi! Non avrebbero mai potuto amarla come amavano lei! E per tutta la vita avrebbero pianto la sua assenza.
Strinse tra i pugni le lenzuola e respirò profondamente.
Adelina adesso cullava la bambolina come per farla addormentare. Quanto era dolcee materna sua figlia!!
«Adelina vieni qua!» le disse mentre le cingeva le spallucce e l’abbracciava forte.
Le sue narici furono invase da quell’odore di pelle, l’odore unico della sua bambina e le vennero le lacrime agli occhi.
«Tesoro mio, la mamma ti vuole un mondo di bene, lo sai?»
«Sì mammina, pure io, tantissimoooo!»

(..)

domenica 22 ottobre 2017


Oltre il Vesuvio
capitolo 2 parte terza
(...)
Assuntina Cannetiello aveva una dote meravigliosa: pensava poco. Ciò che per lei era di primaria importanza era tenere la  casa in perfetto ordine e pulizia. La stanza più facile da pulire era la sua camera da letto che di giorno chiudeva a chiave per evitare che i suoi figli ci entrassero e si mettessero a saltare o anche solo a sedere sul letto. Una volta che aveva stirato ben bene le coperte con le mani e aveva bombato bene i guanciali come se nessuno ci avesse dormito, fino a sera quel letto doveva rimanere inviolabile e inviolato. Se Lino aveva sonno al pomeriggio, che dormisse sul divanetto in cucina! Era scomodo, vero, con quel materassino sottile e i braccioli duri, ma se uno ha sonno dorme pure per terra, pensava.
I mobili della camera da letto glieli aveva regalati sua nonna. Erano di seconda mano, ma ancora buoni. Le piaceva soprattutto lucidare il marmo del comò dove aveva appoggiato l'unica foto del suo matrimonio, se così si poteva definire una mattinata al Comune di Napoli. C'era lei con la sua faccia da bambina in un vestito beige che le lasciava scoperte le belle gambe e si raggrinzava sul ventre rotondo di donna gravida. I capelli allora erano tutto un mare di boccoli castani abbelliti da una coroncina bianca di finte margherite. Il bouquet di rose bianche in mano e le scarpe con il tacco prestatele da una cugina. Lino al suo fianco era giovane magrolino, traballante in un completo blu di almeno una taglia più grande che alla fine della cerimonia avrebbe restituito al fratello di un suo amico. I capelli allora li portava un po' lunghi sulla fronte, ma ben pettinati. Era raggiante, felice perché ancora ingenuo.
Al centro del comò Assuntina aveva posto una statua della Madonna Immacolata di circa trenta centimetri, adornata con due coroncine del Rosario acquistate durante un paio di pellegrinaggi con la comunità parrocchiale. Ai piedi di essa erano poste le foto dei nonni deceduti e di un fratello della nonna materna morto in guerra. Ogni mattina si inginocchiava lì davanti, si faceva il segno della croce e recitava un 'Eterno riposo'. I morti si sapeva, per proteggerla dall'Alto avevano bisogno delle preghiere dei loro cari per passare dal Purgatorio al Paradiso e lei era pronta ad aiutarli in questo passaggio.
Nella stanza accanto introdotta da un piccolo ingresso, c'era la camera dei suoi figli, tre di essi perché Maria Concetta dormiva in mezzo a lei e Lino. C'era un letto a castello a destra in ferro rosso, tutto traballante e scorticato dal tempo o forse dagli acidi dei detersivi. Completavano l’arredamento una scrivania, una sedia in legno e paglia, un mobile con un'anta che non si chiudeva e un lettino pieghevole che aprivano alla sera perché se fosse rimasto aperto di giorno in quella stanza non ci si poteva più entrare tanto era piccola.
Il pavimento era consumato ma pulitissimo. Le tende e le lenzuola profumavano di bucato. Su uno scaffale c'erano dei libri di scuola piuttosto usurati, su un altro dei pelouche di vari animali con il pelo consumato per i tanti lavaggi.
Verso le undici e mezza Assuntina prendeva Maria Concetta, la legava nel passeggino e si avviava verso il mercato del borgo di Sant'Antonio per prendere il necessario per il pranzo o per la cena.
Adesso che Lino aveva trovato un altro lavoro i soldi arrivavano puntuali ogni settimana. Finalmente poteva comprare il necessario per pranzo e cena. Bastava questo a renderla felice.

(...)

giovedì 19 ottobre 2017

Listening to Resistance by Muse I wrote this.


The road ahead of us seemed endless. Maybe it was. The fog had thickened with the growth of the day. I was afraid that in the evening we would have had to stop or we would continue the walk like blind men in a maze.

Andrew was a few steps behind me, looking tired and strangely quiet. I could not stand. I could not bear it when he talked constantly about anything and could not bear even when he was silent. In fact now what worried me was his silence. If he got sick it was the end: I would have had a corpse to drag back and I did not want.
But who had asked him to come with me? I could and wanted to do it alone. It was true that the commander preferred two for this hard task, but I would have accepted anyone but him. And then really I could not understand what had prompted him to embark on what could have been a suicide mission but to his buffoonery, its superior air or his well-known ambition to go to level two without attending the various courses that everyone had followed in the 5th district between tears and sweat.

No, Andrew would never go through. He didn’t have the balls. It would only cause delays with the added worry of having to look after a mindless muscle mass. Maybe, who knows, I could have lost him in the fog ...


Ascoltando Resistance dei Muse è nato così, ma non andrò avanti, per adesso.



La strada davanti a noi sembrava infinita. Forse lo era. La nebbia si era inspessita con il crescere del giorno. Temevo che in serata ci saremmo dovuti fermare o avremmo continuato il cammino come ciechi in un labirinto.

Andrew era a pochi passi dietro di me, visibilmente stanco e stranamente silenzioso. Non lo sopportavo. Io non lo sopportavo quando parlava in continuazione di qualsiasi cosa e non lo sopportavo nemmeno quando stava zitto. Anzi ora che taceva mi preoccupava. Se si ammalava era la fine: avrei avuto un cadavere da trascinarmi dietro e non mi andava. Ma chi gli aveva chiesto di venire con me? Potevo e volevo fare da sola. Era vero che il comandante preferiva fossimo in due, ma io avrei accettato chiunque ma non lui. E poi davvero non riuscivo a capire cosa lo avesse spinto a intraprendere quella che poteva essere una missione suicida se non quella sua buffoneria, quella sua aria superiore o la sua ben nota ambizione di passare al livello due senza percorrere i vari corsi che tutti avevamo seguito nel distretto 5 tra lacrime e sudore.

No, Andrew non ce l'avrebbe mai fatta. Non aveva le palle. Mi avrebbe solo causato ritardi con in più la preoccupazione di dover badare a un ammasso di muscoli senza cervello. Forse, chissà, nella nebbia avrei potuto seminarlo...


(continua tra un anno)