domenica 21 maggio 2017


I temi di Gallery: la sensualità



Quando ho iniziato a scrivere Gallery ero come in trance, frutto di quel brano dei Muse che mi aveva ispirato.
( You tube – Muse –  The Gallery). https://www.youtube.com/watch?v=JCqsRunOChA
Non pensavo alle tematiche, nemmeno ai personaggi o al senso da attribuire alla storia. Io ero dominata da un bisogno impellente: strapparmi dalle viscere quelle emozioni, ovvero, il tormento e la sensualità di Gallery, perché io, oltretutto, lo trovo un brano incredibilmente sensuale.
La mia è una sensualità incompresa. In Gallery ho trovato assoluta comprensione. 
Ora, riuscire a trasportare tormento e sensualità in un libro, mi sembrava da un punto di vista razionale, un’impresa ardua. Sono convinta che le parole solo in parte possano rendere l’idea di un’emozione. L’emozione va vissuta. Ecco perché le parole riescono ad emozionare solo quando riconosci in esse, un’emozione già provata.
Non sono le parole stesse ad emozionare, ma il riconoscimento dell’emozione provata.
Scrivendo Gallery, mi chiedevo spesso, se sarei riuscita a trasmettere, oltre al tormento, la sensualità esplosiva della protagonista, poiché siamo troppo abituati a far coincidere la sensualità con la bellezza o, peggio con la provocazione. Nulla di più falso! Bellezza e provocazione sono necessarie laddove mancano creatività e sensibilità, oserei dire anche intelligenza.
E’ forse anche una questione di evoluzione intellettiva?
Ricordo la prima volta che provai attrazione fisica per un ragazzo. Avevo 12 anni. Di lui non ho mai saputo né il nome né nulla, era un semplice quindicenne nemmeno bello, vicino di un paio di ombrelloni. Portava uno slip nero (negli anni ottanta erano ancora di moda) su una pelle ben abbronzata, un fisico asciutto, robusto, ancora immaturo. In lui non c’era né bellezza, né provocazione, eppure io tramite lui, compresi cosa fosse l’attrazione fisica.
Tornando a Gallery, Axel è una ragazza che mostra poca femminilità standard, eppure non è meno affascinante di altre ragazze che usano gli abitini aderenti, i tacchi o le pettinature alla moda, per attrarre i coetanei.
In Gallery altri personaggi mostrano una sensualità non voluta: il professor Picco e la misteriosa Signora in nero. Persino la stessa Gallery, amica virtuale di Axel, ha un qualcosa di attraente che si intravede nell’uso del suo fraseggio conciso, ma allo stesso tempo provocante, ammiccante, anche manipolatore.
La sensualità femminile standard, invece, è rappresentata dalla madre di Axel, Daniela, sempre impeccabile nell’abbigliamento e nell’acconciatura, o nella bellissima Matilde, regina incontrastata tra le giovani bellezze del liceo.
E voi, che sensualità avete?

Se vi ho incuriosito, ecco il link per l’acquisto del mio romanzo:
http://www.scatoleparlanti.it/voci/gallery/

Emilia Capasso
 

giovedì 4 maggio 2017

martedì 25 aprile 2017



Dal 20 maggio disponibile online e in seguito anche in libreria. Visitate la mia pagina facebook che annuncerà tutte le novità a riguardo.


https://www.facebook.com/Gallery-1668091730166069/


sabato 22 aprile 2017



Dal capitolo 6, ancora Axel                 

Avrebbe voluto parlarle di quello che le era successo quel pomeriggio, magari riderci sopra per sminuirlo, ridicolizzarlo e dimenticarlo, ma dopo aver ricevuto quella notizia le sembrava alquanto inopportuno. Inoltre, come avrebbe mai potuto cominciare il discorso: “Sai mamma oggi ho sbagliato strada e per caso mi sono ritrovata davanti a quella galleria abbandonata e sempre per caso mi ci sono avvicinata ed è lì che ho visto due occhi malefici fissarmi dal buio più profondo”. No, quella sarebbe stata la volta buona che l’avrebbe portata di nuovo dallo psicologo. Ci era già stata qualche tempo dopo che suo padre le aveva lasciate e non era stato affatto piacevole. Ricordava bene quel dottore che la guardava dritto negli occhi senza sorridere mai, con quegli occhiali appoggiati sulla punta del naso largo, l’aria annoiata e saccente.
Ciò che la intristiva maggiormente era il volto di sua madre quando si congedavano prima della seduta, mentre la porta dello studio si chiudeva. Si sentiva in colpa per non essere mentalmente sana. Spesso durante le visite, pensava a lei seduta nella sala attesa, i capelli raccolti, la gonna stretta, i tacchi e lo smalto, sempre bella, impeccabile eppure immensamente triste. Triste anche per colpa sua. Doveva guarire, doveva diventare normale come tutti gli altri, anche se questo significava raccontare bugie al dottore, come dirgli che non aveva più incubi, che dormiva bene tutta la notte e che non sognava nulla; che aveva capito che suo padre non se n’era andato via perché non le volesse bene, ma perché nella vita certe cose accadono e bisogna accettarle. Aveva anche ripreso a mangiare e a sorridere. Questo dopo più di un anno di terapia. Poco importava che il dottore si attribuisse ogni merito della sua presunta guarigione. Axel lo faceva solo per sua madre, doveva tornare tutto come prima, o quasi. Non c’era speranza, in realtà, che tutto si ricomponesse magicamente come in un puzzle. Dopo aver finto che fosse tutto ok, mentre mentiva con maestria affermando di non piangere spesso, di non sentirsi terribilmente sola, di avere tante amiche che le stavano accanto, di aver compreso le ragioni per cui suo padre se ne fosse andato, le sedute erano terminate e finalmente lei e sua madre si erano riprese la loro vita tra lavoro, scuola e casa di campagna, immergendosi in una confortevole routine. Da allora Axel aveva imparato l’arte del tenersi tutto per sé, come in una scatolina segreta in fondo al cuore, inconsapevole delle crepe che si erano create. Cancellare suo padre dalla sua memoria e dalla sua vita, piano piano era divenuto sempre più facile. Per molto tempo aveva conservato il ricordo del suo dopobarba, quando alla mattina lei entrava in bagno dopo di lui; così come il ricordo della sua voce bassa, degli occhi scuri e grandi come le sue mani; e la barba folta che le pungeva il viso ogni volta che la baciava con lei che si strofinava il visetto e ridacchiava. Delle uscite al parco rammentava poco, se non immagini lampo, perché raramente uscivano, dato che lui era sempre molto stanco e preferiva starsene sul divano davanti alla tv, per riposarsi nel fine settimana. Poi un bel giorno tutto era finito. Suo padre aveva deciso che quella non era più casa sua, che quella non era più sua moglie e che lei non era più sua figlia. Con il tempo e la forza di volontà, i pochi ricordi che aveva di lui si erano ridotti a immagini sfocate e insignificanti.   
«A cosa pensi?» disse all’improvviso sua madre. 

Nell' attesa che Gallery arrivi in libreria, ecco la descrizione della mia piccola, amata Axel:

"Axel era una ragazzina mora, snella, con i capelli corti sempre spettinati come se si fosse appena svegliata. La sua abitudine di attorcigliarli in continuazione tra le dita, per timidezza o forse per nervosismo, faceva sì che restassero sparati come punte elettrizzate. Nel suo stile di abbigliamento prediligeva il colore nero: maglie, jeans, scarpe, giubbotti; mai vista con un colore diverso. Portava un piercing al naso e tre all’orecchio sinistro. Gli occhi erano marcati profondamente da un eyeliner, unico peccato di vanità al quale aveva ceduto dopo essere stata scambiata più volte per un ragazzo. La sua apparente androginia veniva però smentita dal suono della sua voce: delicata, sottile e timida, che permetteva di intuire una femminilità non ancora sbocciata."

domenica 19 marzo 2017

COME STERMINARE LA PROPRIA FAMIGLIA NELLA SERA DI NATALE E PARTIRE SERENI PER LE BAHAMAS

(parte 11)
Sono da circa dieci minuti dinanzi alla vetrina del mio negozio d'abbigliamento preferito. Non sono interessata ai vestiti, piuttosto osservo con grande attenzione i prezzi. Nella mia mente disturbata dialogo con un'amica immaginaria:
-Quale prezzo ti piace?
-Direi quello sul manichino a destra.
-Anche il prezzo sul manichino a sinistra non è male!
-Sì, ma risparmi 3 euro.
Eh sì, se le persone potessero ascoltare i miei pensieri, credo che il tempo di fare un numero e la sirena dell'ambulanza non tarderebbe a farsi sentire!
Finirei in una camera bianca su un letto bianco e davanti a me un medico e due infermiere vestite di bianco mi urlerebbero in faccia: “Qui non è il paradiso! Qui non è il paradiso! Qui non è il paradiso! Ma all'inferno delle verità io mento col sorriso!”
Ebbene sì, noi sopravvissuti ai cartoni animati giapponesi dove i protagonisti erano tutti orfani perseguitati da una sfiga continua fino alla penultima puntata, siamo cresciuti convinti che la felicità e la normalità esistano per davvero, ma solo per i cattivi.
-I buoni devono soffrire, devono lottare, devono combattere. E' come un marchio di distinzione: come fai a sapere se sei buono e giusto? Semplice, valuta il tuo livello di sofferenza: più soffri più sei buono. E' Dio che vuole metterti alla prova e non per un giorno, un anno o un mese, ma per tutta la vita! Sei contento? Devi esserlo, altrimenti Dio si dispiace e ti punisce. -Scusa ma io stavo già soffrendo da credente, devo soffrire pure da non credente?
-No, soffrono solo i credenti che dubitano della perfezione della volontà di Dio. I non credenti, per contro, sono senza speranza, perché farli soffrire?
-Non saprei, è una vita che mi chiedo perché i potenti e i ricchi sono felici e appagati, mentre c'è tanta brava gente che affoga nella povertà e nella sofferenza. Che risposta devo darmi?
-La risposta è nella tua fede.
-Preferirei una risposta nella mia ragione.
-Dio è ragione e non ragione. Dio è logica e illogica. Dio è giusto e sbagliato. Dio è Juve e Napoli. Dio è tutto. Dio decide e agisce, punto. Tu, zitta!
-Ok, mi arrendo...
Entro nel negozio deserto. Effettivamente sono solo le dieci di mattina.
La commessa transformer è alla mia destra dietro il solito bancone in vetro finto. Appena sono entrata ha smesso di parlare con la collega nella loro lingua. Ha schioccato il chewing gum e swicciando la parte del cervello funzionante verso il dizionario italiano-napoletano, si è rivolta a me con aria seria e seccata: -Buoncciorno!
Bene,”, penso, “almeno questa le lettere finali le pronuncia.”
-Buongiorno, vorrei vedere il prezzo in vetrina, ehm, il vestito blu in vetrina.
-Quale quello a destra?
Siccome in vetrina c'è un solo vestito blu, la domanda mi sembra superflua, ma forse il suo cervello ha swicciato troppo. Annuisco.
-Vabbbbene, lo volete misurare?
La guardo per qualche secondo chiedendomi se sono la sua prima cliente in assoluto.
-Sì certo.
-Che misura portate?
-46.
-Ce l'ho anche in bianco e in rosso, rosso vi starebbe bene, siete scura.
Mi sorride. Solo adesso noto il rossetto rosso fuoco che le abbellisce le labbra. Se lo mettessi io sembrerei una prostituta, invece su di lei sta benissimo. Anche la gettata di colore blu sulle palpebre le sta bene e così pure la spalmata di rosso sulle gote giovani. Dimostra 30 anni, ma dallo sguardo e dalla voce capisco che ne avrà meno di 16. Quindi lavora di certo con un contratto a nero di seppia. Pazienza, qui funziona così. Tanto tra un paio di anni si farà mettere incinta e smetterà di lavorare perché in certi quartieri di Napoli il preservativo è solo per i gay...non sei uomo se non metti incinta la tua baby ragazza minorenne. Poco importa se poi il tuo baby-uomo guadagnerà 500 euro al mese, poco importa se vivrete in un monolocale scarrupato. Poco importa se ai vostri figli, almeno 4, insegnerete solo rabbia e frustrazione.
Vivono in un loop, ma guai a dirglielo: ti sguinzagliano addosso il rottweiler rubato.
Insoddisfatta del vestito blu che mi si aggrinzisce sui fianchi e mi si allarga troppo sulle spalle, in fondo è stato cucito nei migliori atelier cinesi, mi faccio convincere a provare un tubino rosso che mi arriva a pochi centimetri dal tesoro femminile. “Ecco,” penso. “Adesso calzo dei tacchi a spillo e giù alla stazione in un poche di ore mi faccio i soldi per un viaggetto.”
Con il mio mouse cerebrale spingo subito il pensiero nel cestino.
-Vi sta proprio buono!- esclama la commessa transformer. Il peggio è che mi sembra sincera.
-Siete ancora giovane, e avete delle belle gambe, ve lo potete ancora permettere.
Questo è l'esempio di due mondi opposti che si scontrano: lei è convinta di farmi un complimento, io sono offesa a morte. E' l'”ancora” che poteva evitare se avesse studiato tatto e buona educazione. Così avrebbe imparato che la sincerità talvolta è sinonimo di crudeltà!
Mi sento simile a quelle presentatrici over 50 e 60 che in televisione insistono a mettersi abiti stretti e tacchi da passerella, che si spalmano strati di cemento per nascondere l'età che invece tutti i giornali scandalistici svelano con gaudente perfidia. Le ho sempre trovate ridicole. Ora la ridicola sono io.
-Mi spiace, ma non mi sento a mio agio.
La commessa transformer mi guarda con i suoi occhioni da ragazzina che a quest'ora dovrebbe essere a scuola a disegnare cuori sul diario e a prendersi in giro con le amiche. E' profondamente delusa. Mi sento in colpa, non voglio rovinarle la giornata. Forse la pagano a cottimo...
Le sorrido. -Va bene, lo prendo.-
Esco dal negozio mentre lei swiccia di nuovo il suo dizionario mentale per riprendere il dialogo con la collega aborigena. Mi soffermo giusto un attimo perché la curiosità mi divora.
-Allore steve dicenne. E' capite isso c'a ditte?
-No, dice nata vote, n'aggio capite buone.
-Chille è sceme, nun vo' parlà cu mammà, dice ca me vo bene ma a essa nun a supporte.1
E' tornata nel suo mondo, la lascio lì anche perché quello che attende me, forse, non è così migliore.

1Allora, stavo dicendo, hai capito lui cosa ha detto?
No, ripeti, non ho capito bene.
Quello è scemo, non vuole parlare con mia madre. Afferma di volermi bene, ma a lei non la sopporta.