lunedì 4 giugno 2018

Io mi salverò

racconto di
Emilia Capasso


Ada viveva da sola con il suo gatto. Quindi Ada non era sola, aveva un gatto. Ma il suo gatto non parlava, non raccontava barzellette, non l'accompagnava al supermercato, né vedeva film con lei ridendo delle battute o soffiandosi il naso nelle scene più tristi.
Ada non era bella, rispetto a ciò che la società considerava bello. Ada era normale ed era sola.
Ada non era più giovane, lo diceva la sua carta d'identità. Lo raccontavano i suoi occhi, le sue mani e le rughe intorno alla bocca. Lo testimoniava anche il fatto che ridere era diventata un'attività insolita.
Ada aveva tante amiche e non le aveva. Nel senso che quando più aveva bisogno di loro, le incombenze quotidiane impedivano di chiacchiarare davanti a un caffé.
Se avesse potuto descrivere il suo piccolo mondo lo avrebbe definito così: una folle folla di individui soli.
Ma Ada era religiosa. Se Dio aveva deciso quella vita per lei era giusto che fosse così. Pregava tanto perché Lui potesse darle quel calore che le mancava. Purtroppo, nonostante la sua incrollabile fede, l'aria intorno a lei sembrava vuota. Le sue braccia, le sue spalle, le sue gambe avvertivano la vuotezza dello spazio intorno a lei. Ed era una sensazione terribile.
Camminare in giro per il centro, soprattutto nel weekend, era diventata una tortura. Notava solo coppie giovani e meno giovani che si tenevano la mano, le braccia intorno alle spalle, o si limitavano a camminarsi accanto. Si chiedeva perché a lei quella normalità era negata. Guardava il suo riflesso nelle vetrine dei negozi. Non era affatto brutta, anzi, gli uomini spesso si giravano per guardarla. Tuttavia dal guardare al mostrare un serio interesse sembrava ci fosse un solco invalicabile. E poi si sa che gli uomini guardano per guardare, non vedono, fanno scivolare gli occhi sulla superficie di un volto, di un corpo.
Una sera di dicembre nella quale in TV non c'era proprio nulla di bello da vedere, Ada decise dare uno sguardo alla chat a cui si era iscritta un paio di settimane prima. Non aveva intenzione di incontrare nessuno a dire il vero, desiderava soltanto chiacchierare. Più che raccontare di sé, voleva sentire la presenza di un'altra vita, anche se invisibile, nel freddo della sua camera.
Lesse alcuni messaggi, osservò alcune foto. Ritornò solo su un messaggio. Le sembrò carino, diverso dal solito: «Ti va un gelato stasera?»
Sorrise e rispose: «Un gelato a dicembre?»
Aveva conosciuto così Francesco, un 42 enne milanese, dipendente di una ditta di impianti elettrici. Single da tempo, sereno, divertente, educato. Bel viso.
«Ma io vivo a Torino...ti costerà caro questo gelato!» gli aveva scritto. E lui:
«Tra un'ora e mezza sarò da te.»
Ada era già uscita con una ventina di uomini incontrati sulle chat. Soltanto due non avevano tentato di metterle le mani in mezzo alle gambe, solo perché fortemente timidi e insicuri. Questo milanese non lo era affatto. Ci avrebbe provato di sicuro, soprattutto dopo essersi sparato circa 120 chilometri per vederla. E lei di tutto aveva voglia tranne che di sentire una mano avida piallarle il corpo con la certezza che il cuore e la mente dello stesso proprietario non sarebbero stati presenti all'incontro.
Rifletté un attimo, poi si convinse che non aveva nulla da perdere. L'alternativa era restarsene a casa a leggere un libro finché il sonno non l'avrebbe sopraffatta. «Massì!» si disse. «Resterà deluso perché non avrà ciò che vuole. Io invece passerò una bella serata in compagnia.»
Quando circa due ore dopo si erano incontrati in un parcheggio, i loro occhi si erano scambiati un sorriso. Ada aveva notato e apprezzato i suoi capelli un pò lunghi e gli occhi chiari, l'altezza e l'abbigliamento: adorava gli uomini che indossavano il cappotto. Era rimasta delusa però dalla sua fisicità. Sebbene fosse molto alto, era in notevole sovrappeso. Fece spallucce nella sua mente e si disse: «Dobbiamo solo passeggiare e chiacchierare, al massimo un bacetto...»
Invece a fine serata erano finiti in auto, lei cavalcioni su di lui a baciarsi in evidente stato di eccitazione.
Lui avrebbe voluto di più, pronto a salire a casa sua, ma Ada non se la sentiva. Era troppo grasso! Se doveva essere un incontro di sesso, almeno l'occhio doveva avere la sua parte dominante! Però baciava benissimo e sapeva accarezzarla provocandole brividi per tutto il corpo. Ciò nonostante, Ada seppe dirgli di no e la serata finì con un arrivederci alla prossima, in data da stabilire.
Così era iniziata la 'tecnica' seduttiva di Francesco che di donne sole e disperate doveva averne conosciute molte, tante: messaggini al mattino di buongiorno con tanto di pupazzetto dagli occhietti dolci o tazzina di caffé fumante circondata da cuoricini. Poi vari richiami a ore sempre uguali: le 11.00; buon pranzo alle 13.00; bacini alle 16.00. Alle 17.30 chiamata telefonica con tanto di racconto della giornata lavorativa reciproca. Infine, la buonanotte delle 22.00.
Per una settimana andò avanti così. Ada non ci credeva: che avesse trovato finalmente un fidanzato su una chat? Non le risultava possibile dalla sua esperienza e da quella di amiche e amiche di amiche. Eppure Francesco sembrava così preso, almeno a parole, anche se Ada aveva avvertito come un qualcosa di meccanico, di innaturale. Ad esempio il fatto che i messaggi seguissero degli orari molto precisi. Poteva ritardare di qualche minuto, non di più. E poi quando esoridiva al telefono diceva sempre: «Buongiorno!» con un'enfasi che le trasmetteva una certa formalità. Come se seguisse un copione ben collaudato. Tuttavia Francesco c'era, era un uomo interessato a lei che non era svanito nel nulla dopo il solito tre quarti d'ora di sfregamenti corporei. Era un po' strano, sì, troppo grasso per i suoi gusti, ma con un viso fascinoso e un'aria molto sicura. Ada pensò che valeva la pena di andare avanti.
«Che farai questo weekend?» le aveva chiesto al venerdì.
«Mah, non so di preciso...» aveva detto pentendosene subito dopo. Infatti, una delle regole per affascinare un uomo, secondo un best seller americano che aveva acquistato di recente, era quella di sembrare sempre impegnate. Guai a far capire che la tua vita è monotona e solitaria! Se la danno a gambe levate. Invece lui era rimasto.
«Potremmo vederci.» Aveva avanzato con un tono tranquillo come se conoscesse già la risposta di Ada.
«Sì, va bene.» Con quelle timide parole, in pochi secondi Ada aveva dato un colpo di straccio a tutte le sue perplessità. La melodia stonata di campanellini in allarme che avevano tintinnato da quando lo aveva conosciuto si era improvvisamente zittita. Aveva focalizzato i suoi pensieri su quegli occhi verdi, sul suo modo di baciare e di toccarla e si era convinta di essere ciò che non era. Lui non poteva ferirla. Era stato chiaro, non voleva una relazione, stava bene così. Sul suo profilo facebook che Ada aveva visitato di nascosto, aveva molte più amiche che amici e sembravano tutte single dalle foto e dai profili. Donne mature e avvenenti, sparse in varie zone d'Italia. Insomma, tutto faceva dedurre che Francesco fosse un uomo che amava la sua libertà, le donne e le moto, uno standard ben noto e poco originale. Non si sarebbe affezionata a lui, non poteva con quei presupposti. Del resto non le piaceva nemmeno fisicamente, continuava a ripeterselo, tuttavia c'era qualcosa che l'attraeva un po' troppo, che faceva sì che i campanellini si zittissero a scapito di altre melodie che l'avrebbero potuta rendere più serena.
«Però c'è un piccolo problema, ho l'auto dal meccanico e prima di lunedì non me la porta. Potresti venire tu a Milano?»
Ada era rimasta un po' perplessa. Non amava spostarsi, figuriamoci per uno conosciuto in una chat. Ma ancora una volta l'istinto o forse più la paura di passare un'altra domenica a piangersi addosso le fece accettare la proposta.
Il sabato sera dopo era a Milano. Lui l'accolse in stazione con una rosa rossa. Ada si emozionò. Non ne riceveva più dall'ultima relazione dalla quale erano passati ben 3 anni. Si baciarono sulla bocca mentre lei pensava di visitare un po' Milano che aveva visto solo una volta e di sfuggita, invece nel giro di quindici minuti si ritrovò a casa di lui. Un appartamento piccolo, buio, con un arredamento vecchio, anni 60/ 70. Non c'era nulla in giro che facesse pensare che fosse abitato. Pensò addirittura che non fosse casa sua ma di qualche amico che era solito prestargliela per invitare donne di passaggio. Si sentì stringere nello stomaco. Un'improvvisa voglia di scappare si impadronì di lei, mentre lui le raccontava di suo nonno che ci aveva abitato e della cugina, la legittima proprietaria che era una stronza perché gli aveva chiesto troppo di affitto e ora minacciava anche di vendere. Ada intanto pensava ad una scusa educata per tornarsene a casa. Ma erano già le otto di sera. A proposito, dove avrebbero cenato? Forse lui aveva preparato qualcosa? Fu in quel momento che le si avvicinò e cominciò a baciarla e toccarla con una passione che sembrava macchinosa, come se quei gesti li eseguisse perchè da qualche parte aveva letto che si faceva così.
Era un uomo, Ada pensava. E gli uomini in gran parte sono così. Chiudono il cervello e cominciano a pensare con il fagotto di carne che hanno tra le gambe. Per lei che era una donna era l'opposto. Chiudere il cervello significava chiudere anche ogni ombra di desiderio sessuale. Si sentì improvisamente stanca. Lo avrebbe lasciato fare. Prima finivano meglio era. Invece qualcosa nel suo cervello fece opposizione. La sua dignità gridò in silenzio e con le mani delicatamente lo respinse.
«Cosa c'è?» le chiese lui con un tono come se quella ''strana'' fosse lei e non lui.
Chissà quante donne si era portato lì e chissà quante nel giro di pochi minuti si erano denudate, si erano fatte scopare e lo avevano scopato per poi rivestirsi entrambi in fretta e salutarsi con un freddo bacio sulla guancia. Il pensiero di essere finita in quella lista la fece sentire una merda.
«Nulla è che sono appena arrivata e non pensavo passassimo subito...»
Ada era palesemente irrigidita, a disagio. Francesco che aveva grande esperienza in fatto di donne sole e timide, aveva già pronto il piano B. Le prese il cappotto e la portò in giro per Milano. La teneva per mano, l'abbracciava, la baciava, scimmiottava il comportamento tenero di un fidanzato, ma con lo sguardo su di lei che la trapassava. Uno sguardo sempre assente, perso altrove. Lui la guardava senza vederla.
Verso le dieci si decise a portarla in un ristorantino cinese. Ada rimase sorpresa dalla povertà del luogo e delle porzioni, come era rimasta delusa dal fatto che lui non avesse pensato che di sera fosse normale aver fame e cenare ma che avesse aspettato fosse lei a chiedergli di mangiare qualcosa.
«Devo raccontarti una cosa.» le disse mentre tagliava un involtino primavera. «Io soffro di psoriasi.»
Ada inclinò il capo da un lato come per chiedere maggiori spiegazioni.
«La mia è devastante. Un anno fa sono finito in ospedale in fin di vita. Avevo la temperatura corporea altissima. Ho dovuto fare una cura drastica con medicine antitumorali che mi hanno rovinato i denti, oltre che a farmi star male. Non posso mangiare un mucchio di cose. Ecco perché mangio poco.»
Ada sorrise dentro di sé pensando a tutti gli obesi che affermavano di mangiare poco.
«Non preoccuparti non è contagiosa. E comunque ora sono a posto. Per adesso. Poi basta un po' di stress, qualche preoccupazione e se mangio fuori casa, sai cene con amici e mi riescono i gonfiori. La pelle si ispessisce, scotta e brucia, prude, un delirio»
Ada provò pena per lui. Forse era per questo che non aveva una compagna fissa. Magari le altre donne erano scappate dopo aver saputo di questo suo grave problema. Non doveva essere facile.
Dopo un po' Francesco attaccò a parlare di sua madre. Dai suoi discorsi era evidente che avevano un rapporto molto stretto. Si aiutavano e accompagnavano a vicenda, persino per l'acquisto dei vestiti. A quanto pareva a lui piaceva spendere molto in abbigliamento. Andava solo in negozi costosi, dove poteva trovare facilmente anche la taglia xxl per contenere il suo busto voluminoso. Ada si immaginò questa mamma corpulenta anche lei, con una voce squillante e accento forte milanese, che gli diceva quale camicia scegliere. Si ricordò anche che durante il loro primo incontro, lui aveva ostentato una certa ricchezza di famiglia. Aveva affermato di possedere diverse terre e case nella zona del lodigiano, proprietà che una volta morto il nonno si sarebbe spartito con il fratello e qualche cugino. Per questo era necessario che lui ogni domenica corresse dai suoi per discutere di queste faccende delicate con un padre incapace di gestire il patrimonio e l'alto rischio di perdere ciò che gli era dovuto.
Dopo questo fiume di parole su di sé e la mamma, due campanellini nella testa confusa di Ada cominciarono a tintinnare: quello riferito al rapporto di Francesco con sua madre e quello dell'attaccamento al denaro. Lui non andava dai suoi perchè gli piaceva stare insieme a loro o perché gli voleva bene, quanto per difendere i suoi interessi economici. Ada notò anche che non aveva adoperato parole gentili per descrivere i suoi familiari, tranne che per sua madre. Ecco perchè era così rotondetto: rapporto anomalo con la madre. D'accordo, dopo quella serata che ormai era inevitabile, lo avrebbe allontanato definitivamente.
Una volta giunti a casa lui si sentì in diritto di ricominciare da dove si erano fermati. Questa volta Ada era più tranquilla. Dopo tutte le cose che le aveva raccontato non le sembrava più un estraneo, un perfetto sconosciuto e aveva cominciato anche a provare una certa tenerezza. Fecero sesso ripetutamente, lui sembrava instancabile e lei era da tanto che non veniva più volte di seguito.
Alla fine, il gesto di rimboccarle le coperte le parve decisamente carino e promuroso. Lo sentì coricarsi al suo fianco e addormentarsi tenendola stretta al suo corpo.
Ada non dormì quasi per nulla. A sprazzi si assopiva per poi svegliarsi e guardarsi intorno. La stanza era spoglia, impersonale. Una scrivania in legno economico, un computer datato, un armadio a due ante, il lettino a una piazza dove in due si stava decisamente stretti considerando anche la mole di lui. Sembrava la casa di un vecchio, appunto, il nonno. Sulla parete di fronte una foto attirò la sua attenzione. Si sfilò dalle braccia adipose di Francesco attenta a non svegliarlo e strinse gli occhi per vedere meglio nella mezza oscurità. Girò la lampada che era sulla scrivania e puntò la luce verso quella foto. Francesco era ritratto durante uno dei suoi compleanni. Le candeline sulla torta non si vedevano bene, ma dovevano essere una quindicina. Ciò che colpì Ada fu lo sguardo del suo amante verso l'obiettivo che lo avrebbe immortalato: serio, seccato, annoiato, triste. ''Un bel compleanno allegro!'' pensò Ada, consapevole di mentire a se stessa: stava cercando di ironizzare per non ammettere che quella foto era davvero inquietante.
In quel mentre Francesco si era svegliato.
«Che c'è non riesci a dormire?»
«Sono andata in bagno.»
«Forse stiamo scomodi qui, vado a dormire in salotto.»
Ada annuì e una volta finalmente a letto da sola riuscì a riposare un paio d'ore.
L'indomani pensava che sarebbero andati a pranzare fuori per pranzo, invece lui la portò a mangiare quello che secondo lui era il migliore gelato di Milano. Soltanto che lei non aveva voglia di mangiare gelati. Lo stomaco era chiuso del tutto. Lei aveva solo voglia di essere abbracciata come lui aveva fatto quella notte. Aveva voglia di sentirsi dire cose carine. Aveva voglia di coccole.
Non arrivò nulla di tutto questo. La frase più carina che le disse fu: ''mi fai sangue''. Era la prima volta che Ada la sentiva e stranamente non le fece l'effetto che lui sperava.
Una volta a casa Francesco non fece cenno a progetti per il pomeriggio. A questo punto Ada pensò bene di farsi accompagnare in stazione. Francesco non se lo fece dire due volte.
Poco prima che si chiudessero le porte del treno, le disse con lo stesso sguardo inquietante che lei aveva colto nella foto: «Mi raccomando fai la brava!»
Un ''vaffanculo'' mentale le scattò istintivamente. Era certa che non si sarebbero più rivisti. Invece, stranamente lui non sparì nel nulla da cui era venuto. Contro ogni previsione dettata dalla logica del suo comportamento Francesco continuò a mandarle messaggini whatsapp ogni giorno alle stesse ore, con foto di buongiorno molto romantiche. Immancabile la telefonata verso le 17.30, all'uscita del lavoro. Scomparvero invece le telefonate serali della buonanotte. Ada interpretò quella mancanza come un segnale del suo distacco lento, ma inesorabile. Il weekend successivo, infatti, le disse che non potevano vedersi perché aveva da fare dai suoi e l'altro ancora perché era raffreddato. Ada intanto si chiedeva perché dopo una certa ora del sabato, il suo whatsapp era irraggiungibile, dandosi da sola la risposta: non era da solo.

Dopo un paio di settimane riuscirono a combinare un'altra uscita, questa volta da lei. Ancora una volta si dimostrò un amante passionale, la fece sentire desiderata. La portò fuori a cena e memore dell'esperienza passata, fu Ada a decidere dove andare. Lo portò in un rinomato ristorante messicano dove potè constatare che lui mangiava tranquillamente per due e tutto ciò che non avrebbe dovuto. Le raccontava del suo lavoro tra un boccone e l'altro come se stesse parlando ad un'amica. Tutta la passione e il trasporto del loro rapporto sessuale, una volta usciti sembravano non riguardarlo più. Ada avrebbe voluto prendergli le mani, sedersi in braccio, riprendere a baciarlo, consapevole però che erano fantasie solo sue. Cercò di autorassegnarsi.
Prima di andarsene, si recò in bagno e all'uscita assistette a una scena che le provocò una fitta: Francesco stava flirtando con una donna molto più grande di lei. La guardava con sguardo intenso da seduttore. Ada si sentì fortemente umiliata, ma non accennò a nulla. Non poteva essere gelosa di un amante occasionale, tuttavia l'episodio le sembrò del tutto privo di senso oltre che a lasciarle un amaro in bocca. Avrebbe dovuto dirgli: riaccompagnami a casa e poi tornatene a Milano che io ho sonno. Invece dormirono insieme abbracciati come una coppia collaudata.
L'indomani mattina alle 10.00 fu lui a scappare con la scusa di dover andare dai suoi. Fu allora che Ada sbottò:
«Ma come cavolo ti comporti? Vieni qui, trombiamo e il giorno dopo scappi? Potevi andartene ieri sera!»
«Ma io ho da fare da mio padre te l'ho spiegato.»
«E quando esci in moto la domenica non hai da fare da tuo padre? E' domenica io sono sola e tu cosa fai? Mi molli qui per andare da tuo padre, alle dieci di mattina! Ma sparisci subito, cosa aspetti! Odio essere trattata da troia!»
E così dicendo lo spinse fuori dalla porta. Lui tentò di abbracciarla con un gesto alquanto goffo tanto che fu facile respingerlo. La fissava esterrefatto, sorpreso, come se la matta fosse lei. Possibile che nessuna donna prima di lei gli avesse detto che era uno stronzo? Certo che no. Tra amanti occasionali funziona così. Trombamici, ovvero nessuna pretesa. Solo che Ada non aveva nessuno con cui trascorrere quella domenica e il fatto che lui se ne fregasse altamente di lasciarla da sola dopo l'intimità che c'era stata la demoliva psicologicamente.
Francesco se ne andò nel totale silenzio, incapace di dire una sola parola di conforto, di scuse. Aveva l'aria di uno che non capiva dove stesse sbagliando.
Nelle ore successive, Ada si sentì sprofondare in una solitudine senza fondo.
Passò un anno e un altro ancora.
Quando ormai non ci pensava più, le arrivò un messaggio whatsapp di Francesco.
«Ciao come stai??? Buon anno!»
Rimase per un attimo piacevolmente sorpresa. Anche perché erano le 8.30 di mattina di un sabato inizio gennaio e si era appena svegliata. Gli rispose subito senza pensarci due volte.
«Bene, da quanto tempo...»
«Volevo scriverti prima infatti ma ho avuto un po' di problemi, poi ti racconterò con calma se vuoi.»
Una volta in bagno il tempo di lavarsi la faccia e tutto ciò che era successo due anni prima le era cascato adosso come un'improvvisa pioggia torrenziale. Si dette della stupida. Come aveva potuto rispondergli? Si ricordò di quello sguardo ebete quando lo aveva cacciato di casa dicendogli di non farsi rivedere più e la scena disgustosa del suo flirtare con una sconosciuta al ristorante messicano. E dopo tutta questa umiliazione lei gli aveva risposto, gli aveva chiesto pure come stava...l'idiota! Tornò in camera e raccolse il cellulare per leggere i due messaggi successivi che le aveva mandato.
«Purtroppo ho avuto seri problemi al lavoro e ho dovuto cercarmene un altro. Adesso va abbastanza bene qui ma lavoro almeno 12 ore al giorno! In più mia madre è venuta a mancare lo scorso agosto...»
Ada non avrebbe dovuto,eppure un pensiero cinico sgattaiolò fuori senza alcun freno morale: ''Bene e adesso con chi compri le camice?'' Seguì un pensiero ancora più stupido: ''forse adesso sei cresciuto, senza più la mamma che ti chiama a tutte le ore.'' Senza accorgersene, gli stava riaprendo la porta di casa.
«Mi dispiace molto per tua madre.»
«E putroppo soffriva di pressione alta. Proprio mentre la stavo portando in ospedale per un controllo mi è cascata giù appena uscita dalla macchina. Non c'è stato nulla da fare. Mi sono giocato le ferie di un anno per seguirla avanti e indietro negli ospedali. Non è servito a nulla.»
«Mi spiace.» ripetè.
Nei giorni successivi lui riprese i soliti messaggi meccanici di ''buongiorno'' e vari salutini nell'arco della giornata, finchè giunse la fatidica domanda: «Cosa fai nel weekend?»
Ada aveva progettato di andare sul lago d'Orta in tenda. Era da sola e non le andava di pagare un bed and breakfast. Francesco allora decise di autoinvitarsi e cominciò a cercare vari bed and breakfast su internet, mandandole foto per far scegliere a lei quello che preferiva. Alla fine scelse quello più vicino al lago.
Il sabato pomeriggio Ada partì per il Lago d'Orta ma, secondo indicazioni di Francesco, si sarebbero incontrati a metà strada, per proseguire poi con una sola auto. «Così stiamo più tempo insieme.»
le aveva detto. Ada invece accettò solo perché avrebbe risparmiato almeno tre quarti d'ora di auto, oltre che la benzina e l'autostrada.
«Mangi prima?» gli aveva chiesto.
«Sì sì, pranzo con un gelato!»
Ada allora aveva preferito partire senza pranzare. Si sentiva molto nervosa e combattuta. Da un lato aveva davvero voglia di rivederlo, dall'altra era consapevole che quel weekend non sarebbe stato un weekend d'amore. Ma siccome l'alternativa sarebbe stata andare da sola, ancora una volta scelse quello che le sembrò il male minore. E poi chissà, magari la morte della madre lo aveva in qualche modo cambiato...
Al parcheggio il tempo di salutarla e la strise tra le sue braccia come un innamorato perso. Si baciarono come nei migliori film d'amore. Ada pensò che aveva fatto bene ad accettare. In auto lui non smise un attimo di guardarla, accarezzandola con gli occhi ma anche con le mani che abilmente si inserivano tra le sue gambe preparandola per il dopo.
Non appena la signora del Bed and Breakfast ebbe finito di raccontare del luogo e dei posti da visitare, Francesco chiuse la porta della camera e cominciò a spogliarla. Ada avrebbe preferito uscire, fare prima un giro verso il lago, magiare qualcosa. Poi pensò che faceva prima a lasciarlo fare che a spiegargli le sue intenzioni. In fondo erano le sei del pomeriggio, c'era tempo per uscire. Inoltre fare sesso alle sei del pomeriggio le sembrò strano. Erano appena arrivati, nemmeno il tempo di capire dove fossero. Ma lui la desiderava così tanto e lei si sentiva lusingata per questo, la faceva stare bene. Eppure, nonostante la foga, nonostante il piacere e il traposrto Ada non riusciva a raggiungere l'orgasmo. Alla fine finse, come ormai aveva imparato per esperienza, quando voleva che un rapporto giungesse al termine. Per stanca, per noia, per la consapevolezza che mai si sarebbe lasciata andare del tutto.
Si rivestirono e finalmente gli disse: «Facciamo un giro.»
Il lago era molto bello. Lui le tenne la mano per tutto il tragitto, si curò che camminasse all'interno della strada e all''improvviso l'abbracciava e la baciava; dinanzi ad un ponticello la prese per dietro cingendole le spalle e baciandola più volte sul collo. Ada tornò a sentirsi confusa perché i suoi gesti affettuosi e romantici stridevano con la vuotezza espressiva dei suoi occhi. Erano sempre gli stessi, quelli della foto del suo compleanno.
Decise di non pensarci e di godersi il pomeriggio, quando la puntina del giradischi tornò a graffiare rovinando tutto. Questa volta non fu una donna matura ad attirare l'attenzione di Francesco, quanto una giovane bionda, dal fisico rovinato da un eccesso di adipe ai fianchi e alle gambe. Vestita alla meno peggio, parcheggiava la sua moto e Francesco che si era chinato per allacciarsi una scarpa l'aveva guardata con insistenza più volte ignorando la presenza della sua amante.
Di nuovo una voce sconosciuta urlò nella testa di Ada: ''Fatti riaccompagnare alla macchina, mollalo! Che pezzo di merda! Non farti umiliare così!'' Intanto lui le aveva cinto le spalle e l'aveva portata ad ammirare il panorama.
''Non posso essere gelosa, non stiamo insieme! Siamo qui per scopare e passare una serata da buoni trombamici!'' Continuò a dirselo anche quando la ragazza li raggiunse per chiedere un accendino. Il corpo di Ada diventò rigido come quello di un cadavere. Si sentiva come il terzo incomodo, come un pedone degli scacchi scalciato via dalla regina avversaria. Era bastato così poco...
Avrebbe voluto lasciarli da soli e dire: ''conoscetevi pure, andate in moto insieme, magari nasce l'amore che cercate da una vita, oppure trombate e vi salutate, insomma chi se ne frega, ma lasciatemi fuori da questa merda!''
Il senso di umiliazione profondo sfumò quando la ragazza senza che nessuno glielo chiedesse, gli indicò un posto ''romantico'', disse proprio così, dove trascorrere la serata. Ada si convinse che se lei non fosse stata lì, lui le avrebbe chiesto della moto e con quel prestesto il numero di telefono, ma ciò che le dette la forza di superare quella vergogna, quel sentirsi nel posto sbagliato con la persona sbagliata, fu constatare che la ragazza non se lo filava per nulla.
Cenarono in una pizzeria sulle rive del lago. Ada prese una normale margherita, lui una pizza ripiena con panna, scelta che le provocò disgusto.
Durante la cena Francesco tornò a fare il romanticone, con sguardi intensi, sempre traditi dagli occhi della foto, le mani intrecciate. Una volta in camera, Ada sentì il bisogno di abbracciarlo nel letto. Si raccontarono un po' di cose poi finirono di nuovo a fare sesso. Questa volta Ada riuscì a venire, forse perché era rimasta insoddisfatta nel pomeriggio.
La mattina dopo fecero colazione. Lei uno yogurth e caffé, lui si strafogò di uova, pane, prosciutto e un cornetto.
«Hai da fare oggi?» le chiese a bruciapelo senza guardarla. I panini erano più interessanti.
«Veramente...no.»
«Perché io dovrei andare da mio padre, sai adesso è solo e ha bisogno...» e tirò fuori una scusa che nemmeno un bambino ci avrebbe creduto.
Ada pensò che la sua macchina era a 30 chilometri. Non l'avrebbe mai raggiunta da sola. Se lui doveva andare, doveva andare anche lei. Addio passeggiata sul lago, addio bagno di sole.
Guardò l'orologio. Erano le nove e mezza. Il tempo di riportarla alla macchina e di nuovo per le 10.00 lui sarebbe ripartito per arrivare dal padre in tempo per il pranzo. La storia si ripeteva.
Inutilmente la gentile proprietaria del Bed and Breakfast, che li aveva scambiati per una vera coppia, gli indicò un posto dove poter passeggiare e un ristorantino per il pranzo. Per tutto il tempo, lui non battè ciglio. Al parcheggio la baciò con passione, le palpeggiò bene il sedere cosa che le dette molto fastidio e questa almeno gliela disse.
Lui abbozzò un sorriso. Una volta in macchina lo vide accendere il cellulare e scorrere chissà quali messaggi.
Ada se ne tornò a casa come un cane bastonato e abbandonato. Decise che non lo avrebbe più rivisto. Nei giorni successivi lei non lo cercò e lui nemmeno. Solo qualche messaggio sporadico per rassicurarsi che fosse ancora viva. Imbastiva scuse su scuse, finché lei sbottò e gli disse: «Senti, chiamami quando vuoi scopare, evita 'sti messaggi del cazzo.» In genere Ada non era volgare, anzi quasi mai, tuttavia il comportamento di lui la portava agli estremi della sopportazione.

Si rividero in estate. Stesse scene. Lui arrivava a casa di lei carico di voglia, grande passione, sesso di buon livello, orgasmi reciproci, sonno, dormita ore 10.00 partenza.
Finchè un giorno lei si permise di chiedergli se potevano passare qualche giorno insieme durante le reciproche ferie di agosto.
«Ah ma io non ho ferie, le ho consumate tutte per mia madre ricordi?»
Ada pensò che era trascorso giusto un anno dalla prematura scomparsa, quindi doveva aver maturato altre ferie.
«E quando potremmo rivederci?»
«Credo il 14.»
E il 15, ferragosto, immagino tu debba andare da tuo padre...»
«Eh sì, devo passare sai...»
«Allora passaci già dal 14, non vorrei ci rimanesse male...»
«Come scusa?»
«Senti lascia perdere, non ho più voglia di vederti ma nemmeno per dieci minuti.» e lo bloccò.
Quella settimana Ada pianse. Lo odiava, odiava la sua insensibilità, la sua freddezza, ma più di tutto odiava se stessa perchè si era più volte fatta trattare come uno straccio. Era vero che ormai lo conosceva, sapeva di trovarsi dinanzi un robot tutto circuiti ed elettricità, un Frankenstein fascinoso, ma pur sempre un mostro senza sentimenti.
Pianse per alcuni giorni. Gli mandò dei messaggi ai quali lui, seppur avesse voluto, ma non sarebbe stato lui, non avrebbe potuto rispondere perchè il numero era bloccato. In essi gli esprimeva il suo rammarico per come erano andate le cose. Il dispiacere che lui non riuscisse a provare nulla per lei, dopo tutte le volte che si erano visti ed erano stati così bene insieme. Il rammarico che lui non si rendeva conto di aver trovato una donna disposta ad accettarlo così com'era, né rifletteva sul fatto che gli anni passavano e le opportunità di trovare una persona con cui condividere qualcosa di molto di più di un letto una sera, si sarebbero diradate sempre di più fino a divenire nulle.
La consapevolezza della sua incapacità di andare oltre l'atto sessuale in sé la deprimeva e allo stesso tempo la confortava. Non sarebbe mai voluta essere al posto delle sue precedenti ragazze. Era certa che lo avessero lasciato sempre loro, una volta appurato che era un pezo di ghiaccio, un bugiardo e un traditore. Eppure in lei qualcosa era cambiato. Stranamente ne sentiva la mancanza. Si dispiaceva di non essere più forte, di non essere in grado di fare la trombamica. Si chiedeva come era possibile che due persone che si trovavano così bene a letto, che passavano del tempo ridendo e scherzando, con un'attrazione reciproca molto forte, non riuscissero ad innamorarsi.
Lui di certo non lo era, ma lei sì? Non seppe rispondere.

E quando pensava che fosse davvero finita, lui ritornò in inverno. Stesse scene. Stesse frasi di circostanza come se nulla fosse accaduto. Aveva ricevuto il suo messaggio perché aveva cambiato telefono di nuovo e quindi il blocco non era stato inserito.
Si rividero. Questa volta la passione sembrò aumentata. Di nuovo sesso furioso. Ada si fece trovare con un completino nero che lasciava poco all'immaginazione e un paio di tacchi vertiginosi. Quasi svenne prima dell'orgasmo e lui godette come mai lo aveva visto.
Si addormentarono abbracciati dopo essersi fatti mille coccole. Alle dieci del mattino dopo, la solita partenza con la solita scusa preconfezionata.
Ma anche Ada ripetè lo stesso copione. Ai primi segnali di allontanamento di lui, cominciò a sbraitare a spazientirsi a fare battute sarcastiche, finchè ancora una volta gli ordinò di non farsi sentire più, ma di andare da un buono psicoanalista. Questo perché a letto le aveva confessato di desiderarla da morire, che era l'unica donna che lo mandava fuori di testa e durante gli amplessi con lei non aveva mai goduto così tanto. Ada ci aveva creduto come al solito al 50 per cento, perché alle belle parole non erano mai seguite azioni che ne dimostrassero la veridicità. I ''buongiorno'' con i vari cuoricini non le interessavano. Ormai si conoscevano da un po', avrebbe voluto vedere un progresso, ivece tutto si ripeteva come un copione maniacale. Anzi, non le telefonava più all'uscita dal lavoro, perché a quanto pare prima delle 20.30 non finiva e allora pareva che dopo quell'orario fosse proibito telefonare.
Decise di fargli un gesto carino, affettuoso. In fondo non conosceva il suo passato, non conosceva nemmeno lui per davvero. Decise di comprargli un olio per la psoriasi su Amazon, dato che l'ultima volta che erano stati insieme, i segni della malattia si erano diffusi sulla schiana e intorno all'ombelico. Glielo disse: «Ti ho comprato un olio, quello di Jojoba, pare che sia ottimo per la psoriasi. La prossima volta che vieni te lo massaggio.» Non si aspettava di certo che lui svenisse alla notizia, ma nemmeno un distaccato ''ok''.
Era davvero irrecuperabile. Ma che blocco psicologico aveva avuto da piccolo? Era stato vittima di bullismo? Sua madre lo aveva schiavizzato mentalmente? Suo padre non gli aveva trasmesso un briciolo di amore?
Ada sperava attraverso i messaggi whatsapp di indurlo lentamente a ragionare, senza offenderlo questa volta. In fondo era tornato ancora una volta. Qualcosa doveva sentire per lei. Altrimenti si trattava di un folle!
Era convinta che se fossero vissuti nella stessa città, frequentandosi più spesso e non per forza solo per trombare, lo avrebbe aiutato a superare la sua psicosi, il suo blocco emotivo. Lei non lo giudicava, cercava di capirlo e intanto lo accettava così com'era.
Tuttavia Ada avrebbe preferito un rapporto più sincero e più coerente. Quando si vide recapitare un'immagine che rappresentava due amanti avvinghiati, immagine alla quale per errore o strafottenza Francesco aveva dimenticato di tagliare la data del giorno in cui l'aveva fotoshoppata, che raffigurava per l'appunto il mese di dicembre dell'anno precedente, Ada si sentì nuovamente presa in giro. Prima lui affermava che lei era l'unica donna che lo mandava in visibilio, poi le riciclava immagini che aveva postato ad un altra donna o ad altre donne.
Glielo scrisse: «Almeno taglia la foto così non vedo che l'hai ripescata dal mucchio!» esclamò aggiungendo uno smile con occhiolino. Lui le rispose con due faccine che ridevano a crepapelle.
Un paio di giorni dopo, memore dell'accaduto e visto che Francesco non rispondeva da ore ai suoi messaggi dopo averli pure visualizzati, siccome non le risultava che lui fosse in guerra né in fin di vita all'ospedale, Ada si sentì in diritto di fare delle precisazioni.
«Se vuoi una trobamica non puoi giocare a fare il mezzo fidanzato» gli aveva scritto «così illudi le persone e le fai stare male.»
Con grande immaturità e assoluta mancanza di rispetto, almeno in questo era logico, Francesco si era limitato a visualizzare i messaggi senza rispondere. Che cosa voleva intendere?
Cosa significava? ''Ci sono, li ho letti, va bene, ma non posso rispondere''?
Ada sapeva che lui viveva male il rapporto con il suo capo, che lo comandava a bacchetta e lo costringeva a turni di lavoro massacranti. Forse davvero non poteva rispondere, forse era oberato di lavoro...eppure...eppure in bagno ci andava o no? Avrebbe potuto risponderle dal bagno!
Ma perché lei non lavorava? E non lo trovava il tempo, il modo di scrivergli? Volere è potere, lo sapevano tutti!
Fatte queste ultime osservazioni, e appurato che non le rispondeva da ore, anzi nemmeno la fotina del buongiorno, Ada si era decisamente irritata ed era andata giù con frasi offensive che sottolineavano i suoi dubbi sulla sua sanità mentale. Visto che nemmeno a questo rispondeva, lo aveva bloccato su whatsapp. Di nuovo. Era febbraio.

Il tempo era passato velocemente ancora una volta e una mattina di maggio l'uomo senza dignità né memoria si era ripresentato. Questa volta niente messaggi, direttamente un'inaspettata chiamata telefonica nel primo pomeriggio di un sabato decisamente caldo. E inaspettatamente Ada gli aveva risposto con eguale piacere ed entusiasmo. Entrambi fingevano che nulla fosse accaduto, che mai lui l'avesse umiliata, che mai lei lo avesse insultato. Entrambi dal tono della voce esprimevano un chiaro senso di volersi rivedere, pur non dicendolo apertamente.
Fu la sera stessa che Francesco alla fine le chiese se potevano vedersi l'indomani. Ada lo avvisò che aveva preso appuntamento con degli amici per andare in montagna.
«E se piove?» le aveva chiesto.
«E se piove...»
«E se piove vengo a trovarti!»
Questa volta Ada non rispose.
«Non ti farebbe piacere?»
Ada tentennò ancora qualche minuto poi rispose:
«Sì, vediamo com'è il tempo domani.»
Aveva mentito. Non aveva nessuna intenzione di vederlo. Almeno non il giorno dopo, rinunciando al trekking.
L'indomani mattina lui le messaggiò di buon'ora: le 7.30.
«Sei caduto dal letto?» scherzò Ada.
«Allora che faccio, vengo?»
Purtroppo le previsioni erano incerte e Ada attendeva notizie dai suoi amici.
«Potrei venire in moto.» le disse. «Ti porto in giro in moto.»
«Non ho il casco...»
«Ah. Allora vengo in macchina. Se sei a casa naturalmente.»
«Preferirei un'altra volta, ho già preso appuntamento con i miei amici.» disse sincera.
«Va bene facciamo un'altra volta.»
«Ok, ciao.»
Dopo nemmeno cinque minuti, lui ripartì all'attacco.
«Pensavo ti avesse fatto piacere risentirmi.»
«Vero»
«Allora vediamoci!»
«Senti, ne abbiamo parlato a iosa. Siamo diversi, vogliamo cose diverse. Tu non cambi,e io so già cosa mi aspetta.»
«Neanche tu cambi, idem per me. Eppure io non voglio che tu cambi.»
«Io vorrei fare l'amore, non sesso.»
«Me lo spieghi tu come si fa?»
«Devo spiegartelo???»
«Sì. Qual'è la differenza? Insegnamelo.»
«Non si può insegnare è una cosa che o la senti o non la senti. Te ne accorgi dopo se hai fatto l'amore, perchè l'altro ti manca.»
«In cosa sbaglio io?»
«Tu sei molto focoso, passionale, ma fai sesso. Io non ti manco.»
«Ma non pensi che il mio trasporto sia dovuto al fatto che mi manchi, ti voglio e ti desidero?»
Ada non rispose. Si sentì sciogliere. Se fosse stato vero...per alcuni minuti ci credette.
«Facciamo l'amore oggi.» Le scrisse.
Ada si sentì lo stomaco e le viscere in subbuglio.
«Non scherzare con i miei sentimenti, ne abbiamo già parlato.»
Se lui fosse stato sincero, Ada non avrebbe chiesto di meglio. Alla fine capì che le piaceva e tanto. Aveva superato il blocco della sua grassezza, il blocco dei segni della psoriasi sul corpo, aveva accettato di vederlo sporadicamente e di non chiedergli nulla della sua vita privata. Lo aveva sempre riaccolto ogni qualvolta si era ripresentato senza mazzi di rose né scuse. E ora che le aveva scritto: «Facciamo l'amore» si era sentita quasi felice.
Se fosse stato vero, se fosse stato sincero...
«Allora vengo?»
«Mi restano forti dubbi, mi spiace.»
«Vuoi che ne parliamo da vicino? Ne parliamo a quattro occhi?»
«Non credo possa servire.»
«Perché no? Parlare da vicino è diverso. Vedrai che chiariamo tutto.»
Nella testa di Ada riecheggiavamo quelle parole: facciamo l'amore oggi, facciamo l'amore oggi, facciamo l'amore oggi.
Alla fine doveva aveva sentito la sua mancanza. Per questo era tornato nonostante gli insulti. Un altro sarebbe sparito, l'avrebbe odiata, cancellata dai contatti. Invece era lì che quasi la supplicava di vedersi.
«Ok.» alla fine aveva ceduto. Le previsioni davano pioggia. Sarebbe stato bello fare l'amore con l'accompagnamento musicale delle gocce sull'asfalto e sui tetti delle abitazioni.
Nemmeno due ore dopo Francesco arrivò. Ad lo accolse con grande imbarazzo, un po' come la prima volta che si erano visti. Si erano baciati sotto l'uscio di casa, un bacio freddo da parte di lei che si era rapidamente allontanata nella cucina con gli occhi di lui addosso come pesi.
«Che hai?» le aveva chiesto.
«Nulla» aveva mentito. Allora Francesco l'aveva stretta a sé come mai aveva fatto prima e lei gli aveva allacciato le braccia al collo. Erano rimasti così incollati, pressati, in un abbraccio che sembrava voler dire mi sei mancato/a da morire. Ada aveva quasi le lacrime agli occhi, fu allora che si baciarono con una passione infinita.
Lei era morbida, seducente; lui forte e delicato. Si dedicò a lei per prima, senza staccarle mai lo sguardo di dosso. Ada sentì il desiderio di lui per tutto il tempo che la dominò in tutte le posizioni possibili.
Finirono nudi e abbracciati, la schiena di lei incollata al suo petto. Il braccio di lui che la teneva forte. Dopo poco, Francesco si addormentò. Ada invece rimase sveglia, come sempre, ma era serena, appagata; non sapeva se quello era stato davvero fare l'amore per lui. Di certo si era rivelata una rappresentazione molto vicina.
Quando si svegliò si coccolarono e chiacchierarono del lavoro, dello stress. A quella parola, Ada si ricordò dell'olio di Jojoba e prese a massaggiarlo per circa un'ora. Si curò di coprire tutte le parti infette dalla psoriasi, mentre lui si rilassava beato.
Finito il massaggio, Francesco la stese sul letto e le fu di nuovo dentro, ma questa volta ignorando il suo piacere. A lei bastò vederlo godere di nuovo e si sentì soddisfatta, tranne per lo stomaco che brontolava.
«Io avrei fame.» Erano le tre del pomeriggio.
«A me un gelato basta.» le rispose.
Ada pensò che non volesse mangiare per il solito problema della psoriasi. Intanto, la sera prima era stato a cena fuori con amici e da ciò che le aveva raccontato prima, queste cene nei ristoranti erano abbastanza frequenti. Per questo forse no riusciva a dimagrire, per questo forse la psoriasi era notevolmente peggiorata.
Intorno all'ombelico si estendeva un cerchio rosso, ruvido e spesso, largo due dita. In alcuni punti la pelle presentava delle crosticine di un rosso scurissimo. Altre macchie rettangolari altrettanto spesse e ruvide ma di un rosso più chiaro, si estendevano sull'addome, sui gomiti, sulle braccia, su alcune dita delle mani. Provò una grande tenerezza. Era venuto da lei perché sapeva che a lei non avrebbe fatto impressione. Si fidava di lei. Si sentiva a suo agio con lei. Si sentì forte di ciò: per lui sarebbe stato difficile trovare un'altra donna così comprensiva e così...non osò formulare quella parola nella sua mente.
Lo abbracciò forte poi si vestirono e andarono a piedi al centro.
Fu imbarazzante camminare per strada con lui. Avevano fatto l'amore eppure camminavano l'uno a fianco dell'altra senza osare sfiorarsi, come due amici. Che senso aveva? Perchè non le prendeva la mano? Perchè non la guardava come si guarda una donna con cui hai appena fatto l'amore? Ada si pentì di non aver preso la macchina.
Arrivati ad un punto dove stavano facendo dei lavori per un edificio, Francesco finalmente si decise a prenderle la mano. Ada dette un sospiro di sollievo, curandosi di mantenere ad un livello accettabile la sua emozione.
Alla fine era andato tutto bene, erano stai davvero bene, tuttavia, lei volle fare un esperimento una volta in gelateria. Mentre lui ordinava il suo gelato, lei gli dette le spalle, fingendo di guardare le torte nel frigo. Poi si voltò all'improvviso e fu lì che lo vide flirtare con la proprietaria. Francesco se ne accorse e per la prima volta abbassò gli occhi con un certo imbarazzo.
''Proprio non ce la fa'' si disse Ada. ''Molti non ce la fanno.''concluse per rendersi la pillola meno amara. Infatti le capitava spesso che giovani fidanzati o mariti più attempati la guardassero intensamente come se al loro fianco non ci fosse la loro dolce metà. Ma il loro era uno sguardo rapido e delicato, come dire: ''che bella donna'' e finiva lì, mentre quello di Francesco era un guardare a lungo e con profondità, come per cercare un consenso, come per dire: ''io ti scoperei subito e tu?''
Era la terza volta che lo scopriva a flirtare con un'altra donna ed era pure stupido che se ne faceva accorgere. Ada pensò che fosse davvero un povero insicuro. Un ragazzino che cercava negli sguardi incrociati delle donne una conferma della sua decennale capacità di seduzione. Ma nella gelateria lo sguardo della gelataia era sembrato più di stupore che di partecipazione. La donna doveva essere alquanto saggia.
Si sedettero su una panchina e chiacchierarono entrambi di nuovo con un certo disagio e quando Francesco le dette un bacio timido sulle labbra Ada in tyutta risposta si alzò in piedi per tornare a casa. Non osò chiedergli se avesse intenzione di restare fino all'indomani mattina, preferì rimanere nel dubbio. Ma una volta a casa lo vide restare in silenzio e poi sedersi al tavolo.
«Mettiti sul divano» lo invitò. Era la prova del nove. Lui scosse la testa. «Tra poco devo andare.»
Eccolo, il solito copione. Cambiava solo l'orario, non le dieci di mattina, ma le quattro del pomeriggio. Non era il pranzo con il padre la motivazione, ma la cena a casa dei nonni. E certo, quale uomo non desidererebbe restare dalla propria amante e rinunciare alla cena con i nonni? Qualsiasi uomo, tranne Francesco.
Ora Ada se ne stava in braccio a lui, lo accarezzava e più lo accarezzava, più lo baciava sulla guancia più notava la solita lenta trasformazione: si stava irrigidendo. Non sorrideva più. Gli occhi stavano perdendo profondità per tornare ad essere lontani, distanti, seccati, come nella foto vista tre anni prima a casa sua. Ada si alzò per predersi un bicchiere d'acqua e quando tornò lui aveva accavallato le gambe. Ada capì e si sedette sulla sedia a lui di fronte in attesa che si decidesse ad andarsene con una rassegnazione mista a delusione.
Avevano fatto l'amore ma nulla era cambiato. O forse non avevano fatto altro che il solito sesso bugiardo.
Questa volta lo salutò dal balcone, non lo aveva mai fatto prima. Avrebbe voluto accompagnarlo giù fino alla macchina, abbracciarlo, baciarlo e farsi baciare, darsi appuntamento tra sorrisi tristi per l'inevitabile distacco anche se momentaneo. Ma Francesco con la mente era già in viaggio verso casa dei nonni, quindi inutile mettere in mostra altra dolcezza o romanticherie non corrisposte.

Il giorno dopo Ada si sentiva leggera e felice. Accolse con un grande sorriso l'arrivo puntuale del messaggio del mattino: due coni ricolmi di ciliege rosse che formavano due grandi cuori. Attese con ansia l'arrivo di altri messaggi durante l'arco della giornata, mentre rifletteva che era ora di mettere in atto un cambio di strategia: non si sarebbe più arrabbiata; lo avrebbe atteso con pazienza e ogni volta che si sarebbero visti lo avrebbe coccolato in modo che prima o poi la mancanza di lei l'avrebbe sentita. Sarebbe riuscita a far breccia nel suo cuore dandogli fiducia, lasciandolo sereno, niente stress, ne aveva già abbastanza con il suo lavoro.
Attese tutto il giorno ma nessun messaggio arrivò. Verso le cinque si decise a mandarlo lei e la risposta, due bacini, giunse dopo un'oretta. Poi silenzio.
Il giorno dopo fu lei a mandare il buongiorno, ma Francesco non lo visualizzò. Ada attese tutto il giorno che lo visualizzasse, che desse un segno di vita, nulla. Verso le sette di sera le disse che aveva dimenticato il cellulare a casa.
Il mercoledì il cellulare non lo aveva dimenticato e giunse il messaggino del buongiorno, un topolino con il dito in bocca e una tazzina di caffè nell'altra mano. Poi nulla.
Ada intanto desiderava parlargli. Quei pochi messaggi, non osava ammetterlo, dicevano troppo.
«Possiamo sentirci stasera?» gli aveva scritto. E lui: «Certo, chiama verso le nove.»
Strano che le avesse chiesto di chiamarlo, in genere in passato aveva sempre chiamato lui. Forse aveva finito i minuti gratuiti. Alle nove e cinque Ada chiamò. Nulla, il telefono squillò a vuoto. Riprovò dopo dieci minuti e poi alle nove e mezza. Niente. Cercò di soffocare l'angoscia e la delusione inventadosi delle risposte credibili: ''Avrà lasciato il cellulare da qualche parte o è ancora al lavoro e non può ripondere.''
Ma una vocina insidiosa le suggerì: eppure sapeva che lo avresti chiamato. Il cellulare prima o poi lo avrà ritrovato o glielo hanno momentaneamente sequestrato gli alieni?
Ada si addormentò senza avere notizie di Francesco. La mattina dopo trovò un messaggio in cui spiegava di aver lasciato il cellulare in ufficio e accanto una faccina in lacrime.
«Non importa,» gli aveva risposto «lo avevo immaginato.» e faccina sorridente.
Adesso il cellulare ce lo aveva, poteva mandarle messaggi, poteva chiamarla. Anzi avrebbe potuto dirle: ''mi spiace davvero tanto, recuperiamo stasera. Ti chiamo io.'' Invece nulla. Per tutto il giorno il cellulare di Ada non segnalò messaggi di Francesco, di tutti ma non di lui: sua madre, le colleghe, sua sorella, l'amica del cuore, la wind, Tim,Vodafone, le offerte del supermercato e del negozio di scarpe, ma lui no.
Quel pomeriggio si prese una pausa nel suo ufficio versole 15.30. Davanti al PC in stand by, sorseggiava un caffè con lo sguardo perso nel vuoto. Cercava di capire. Lo scopo era smettere di stare male, perché nonostante tutti i buoni propositi e la volontà di affrontare il suo rapporto con Francesco in una modalità diversa, lei stava male. Fece il riassunto della loro storia. Si erano frequenati poi lei lo aveva mandato a stendere, questo ripetuto per tre, quattro volte. Nel corso di questi tira e molla adolescenziali, lei si era sempre più attaccata, ma lui? Lui era sembrato sempre più attaccato, appunto, sembrato. Ogni volta che era tornato aveva aggiunto un pizzico in più di romanticismo e passione, aveva osato con le immagini e le parole. Dirle: ''tu sei l'unica donna che mi fa eccitare in questa maniera, ti desidero da morire come mai ho desiderato una donna, mi piaci tanto nonostante il mio tipo di donna sia del tutto diverso da te, hai qualcosa che le altre non hanno'', e nell'ultimo amplesso: ''mi interessi, io ti interesso?'' le sembrava tanto per uno che tre anni prima si era definito un single incallito. Ma il punto non era quello e Ada stava cercando proprio di trovare il punto.
Il punto erano i suoi occhi. Adesso la guardava diversamente. Non le toglieva gli occhi di dosso per tutto il tempo che stavano insieme. Quella freddezza iniziale, lo sguardo torvo della fotografia era sparito. Eppure, mancavano dei pezzi per completare il puzzle. Riflettè che in quel puzzle non c'era solo il volto di Francesco. Spostò lo scorrere dei pensieri su se stessa. Si era illusa di poterlo gestire, si era detta: ''avrò più pazienza, lui ha questa malattia che lo deprime, lo fa sentire insicuro con le donne. La psoriasi è una malattia incurabile e difficile da tenere sottocontrollo, quando si manifesta i segni restano per mesi e possono degenerare fino a farlo finire in ospedale. Non voglio stressarlo ancora di più con le mie paranoie e la gelosia da fidanzatina, non posso e non devo pretendere nulla da lui.'' invece l'ansia per l'attesa di messaggi che non arrivavano e la delusione di trovarne poi di striminziti come questo delle 18.30: ''sono stanco morto e stasera pure finirò di lavorare tardi...'' faccina disperata, non le permettevano di vivere serena questa relazione aperta.
Povero! Ada pensava. Doveva essere davvero terribile lavorare sette giorni su sette con orari assurdi, lui che soffriva di psoriasi. E quelle cene di lavoro che diceva di detestare e che lo costringevano a mangiare fuori casa e fare tardi quando avrebbe potuto riposarsi.
Il giorno dopo altri pezzi del puzzle cominciarono a collocarsi nei giusti incastri. Il weekend si avvicinava senza che Francesco accennasse a rivedersi. Solo la domenica prima si era dichiarato interessato a lei, le aveva confessato di sentire la sua mancanza, le aveva promesso di portarla in moto. Tutte parole che indicavano un forte attaccamento, in altre parole, un innamoramento. Tuttavia, i fatti, le azioni come il messaggiare sempre a orari fissi, quasi come se fosse una scaletta nei piani di lavoro quotidiani, il non sentire il bisogno di chiamarsi per telefono, le assenze prolungate e infine il non proporre un'uscita per il weekend, erano tutti segnali opposti ad un innamoramento. Francesco parlava di desiderio fisico irresistibile, di grande attrazione fisica, non aveva mai accennato ai sentimenti. Nemmeno quando aveva parlato delle sue innumerevoli ex, la parola amore non era mai uscita dalle sue labbra.
Ada stava raggiungendo il punto. Mancava solo un pezzo a completare il puzzle che raffigurava i volti di lei e di Francesco. Quello di Francesco era completo, lo sguardo torvo della fotografia di 30 anni prima, anche se ora aveva la barba e le rughe di un 45enne, l'espressione coincideva.
Mancava invece un pezzo per terminare il volto di Ada, quello che comprendeva la parte bassa della fronte e gli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell'anima, diceva un detto antico. Quale era la sua anima?
Quel sabato Ada attese un invito che non arrivò. La cosa strana era che lo aveva atteso con la consapevolezza che non sarebbe arrivato.
La domenica mattina Francesco aprì whatsapp alle 8.36. Intanto Ada teneva il pezzo di puzzle mancante tra le dita.
Le 8.36. L'orario in cui lui era solito chiamare suoi amici per andare in moto. Sarebbe andato in moto quella domenica, ma senza di lei. Senza la donna che lo faceva andare in visibilio, che gli faceva esplodere gli ormoni, la donna che gli mancava ma non abbastanza da farlo agire in coerenza con le sue parole.
Non arrivò nessun messaggio di buongiorno con cuoricini e pupazzetti teneri.
Alle 9.35 era di nuovo online. Di nuovo non per lei.
Finalmente una voce nella sua testa riuscì a svincolarsi tra le barriere che ostacolavano da mesi il suo buon senso e le chiese semplicemente:
''Ma ne vale la pena?''
Ada prese il cellulare e cercò il suo nome su whatsapp. Lo aveva insultato già tante volte, ma a quanto pareva non era bastato. La differenza con le volte precedenti era che adesso lui aveva davvero giocato sporco: l'aveva volutamente illusa e privo di ogni umanità, l'aveva trattata come si tratta una tipa conosciuta per caso e con cui aveva passato solo una notte allegra...le parole per lui avevano lo stesso valore del cibo che trangugiava ingordo senza nemmeno avvertirne il sapore.
Ada non era cattiva di natura, ma pensò che a volte la cattiveria era necessaria, come in quel caso.
Cominciò a scrivere senza riflettere, lasciò che il suo intelletto facesse il suo percorso libero:

''Ti auguro con tutto il cuore di cadere dalla moto e spezzarti la spina dorsale. Poi, una volta bloccato in un letto, che quelle pustole e quelle croste schifose ti ricoprano tutto il corpo flaccido e lardoso in modo che il marcio che hai dentro possa essere visibile anche fuori. Sei una persona cattiva. E prima o poi il male che si fa ritorna. Ma da te sta già tornando basta vederele croste che lentamente ti stanno ricoprendo. Divertiti finché puoi. Verrà il giorno in cui non potrai nemmeno sederti. Peccato che io non sarò lì a godermi la scena.''

Attese che lui visualizzasse e poi uscisse da whatsapp. Con sicurezza Ada pose il pezzo mancante del puzzle al suo posto. I suoi occhi sorridevano.

























domenica 3 giugno 2018



Un nuovo racconto

Io mi salverò

Ada viveva da sola con il suo gatto. Quindi Ada non era sola, aveva un gatto. Ma il suo gatto non parlava, non raccontava barzellette, non l'accompagnava al supermercato, né vedeva film con lei ridendo delle battute o soffiandosi il naso nelle scene più tristi.
Ada non era bella, rispetto a ciò che la società considerava bello. Ada era normale ed era sola.
Ada non era più giovane, lo diceva la sua carta d'identità. Lo raccontavano i suoi occhi, le sue mani e le rughe intorno alla bocca. Lo testimoniava anche il fatto che ridere era diventata un'attività insolita.
Ada aveva tante amiche e non le aveva. Nel senso che quando più aveva bisogno di loro, le incombenze quotidiane impedivano di chiacchiarare davanti a un caffé.
Se avesse potuto descrivere il suo piccolo mondo lo avrebbe definito così: una folle folla di individui soli.
Ma Ada era religiosa. Se Dio aveva deciso quella vita per lei era giusto che fosse così. Pregava tanto perché Lui potesse darle quel calore che le mancava. Purtroppo, nonostante la sua incrollabile fede, l'aria intorno a lei sembrava vuota. Le sue braccia, le sue spalle, le sue gambe avvertivano la vuotezza dello spazio intorno a lei. Ed era una sensazione terribile.
Camminare in giro per il centro, soprattutto nel weekend, era diventata una tortura. Notava solo coppie giovani e meno giovani che si tenevano la mano, le braccia intorno alle spalle, o si limitavano a camminarsi accanto. Si chiedeva perché a lei quella normalità era negata. Guardava il suo riflesso nelle vetrine dei negozi. Non era affatto brutta, anzi, gli uomini spesso si giravano per guardarla. Tuttavia dal guardare al mostrare un serio interesse sembrava ci fosse un solco invalicabile. E poi si sa che gli uomini guardano per guardare, non vedono, fanno scivolare gli occhi sulla superficie di un volto, di un corpo.
Una sera di dicembre nella quale in TV non c'era proprio nulla di bello da vedere, Ada decise dare uno sguardo alla chat a cui si era iscritta un paio di settimane prima. Non aveva intenzione di incontrare nessuno a dire il vero, desiderava soltanto chiacchierare. Più che raccontare di sé, voleva sentire la presenza di un'altra vita, anche se invisibile, nel freddo della sua camera.
Lesse alcuni messaggi, osservò alcune foto. Ritornò solo su un messaggio. Le sembrò carino, diverso dal solito: «Ti va un gelato stasera?»

 (continua)

venerdì 25 maggio 2018

Tratto da: "La fine e il principio", romanzo scritto ben 4 anni fa e mai pubblicato. Credo sia giunto il momento.


Estate 1998



«Adesso ti prendo e ti affogo!» urlava Fabio. I due fratelli non avevano programmato di andare al fiume quel giorno, ma il caldo era così soffocante che si erano liberati in gran fretta dei vestiti e in mutande si erano tuffati nelle fresche acque del fiume Lindo. Si spruzzavano l'acqua fingendo di arrabbiarsi, in realtà era un vero sollievo per entrambi. Fabio era alto e moro come il papà, le spalle larghe, le gambe muscolose. Eddi era ancora un adolescente in erba, snello con i capelli biondi, lunghi e ondulati fin su le spalle strette e ossute. I lineamenti del suo viso erano molto delicati, il naso sottile, spolverato appena di lentiggini e le labbra carnose. Somigliava molto alla mamma, soprattutto per gli occhi grandi, di un azzurro oceano.
Raccoglievano i sassi dal fondo del fiume e se li tiravano contro, poi ridevano fino a piegarsi quando uno dei due rimaneva colpito e urlava per il dolore.
«Usciamo se no poi non ci asciughiamo in tempo e mamma si arrabbia.» disse ad un certo punto Fabio con tono serio. Un attimo dopo, però, il suo volto cambiava espressione, afferrava per le spalle il fratello ignaro delle sue intenzioni cercando di farlo cadere nuovamente in acqua.
«No, non vale!» protestava Eddi mentre affannosamente tentava di liberarsi dalla stretta. Abbracciati come due antichi lottatori romani, i piedi ben piantati nel fondo fangoso del fiume, i due ondeggiavano a destra e a sinistra, si spingevano pesantemente in avanti e all’indietro, le loro rispettive forze un po’ indebolite per il troppo ridere.
Seminascosti dalle lunghe e folte ciocche di capelli, gli occhi azzurri di Eddi brillavano al sole mentre chiedevano pietà. Gli occhi scuri di Fabio rispondevano al contrario con fraterna spietatezza. Un rapido gesto delle braccia gli dette il colpo di grazia, seppellendolo sott'acqua.
Non appena Eddi tirò fuori la testa, Fabio prima gli scompigliò la chioma, che ora gli ricopriva tutto il viso come i tentacoli di un polpo, poi si mise a correre allegramente verso la riva.
«Sei un vigliacco, scappi eh?» gli gridò dietro Eddi agitando il pugno. Ma essendo sfinito dalla lotta, invece di raggiungere il fratello che se ne stava bello e fiero al sole, si immerse di nuovo in acqua per risistemarsi i capelli.
Il sole quel giorno era caldo come un camino d'inverno. Non tirava un filo d'aria. Poi, d'improvviso si alzò una piacevole brezza. Senza un motivo apparente, Eddi si voltò verso la stradina di campagna alle sue spalle e fu allora che la vide per la prima volta. Camminava con due amiche sotto braccio. Era di statura media, un bel corpicino da adolescente, i capelli lunghi neri fino alla schiena, tenuti in ordine da un frontino azzurro. La gonna a fiori si agitava ad ogni passo mostrando le sue belle gambe.
Le tre ragazze si voltarono a guardare Eddi e suo fratello e cominciarono a sghignazzare.
«Che avete da ridere?» disse Fabio con l'intento di attaccare bottone. «Non avete mai visto dei ragazzi in mutande?» disse mettendosi a ballare in modo buffo.
«Fabio piantala!» Preoccupato di fare una brutta figura, Eddi si era immerso fino alle spalle e da lì osservava il fratello che con gran faccia tosta continuava a fare il pagliaccio. «Dai, belle signorine, vi va di fare un bagnetto con noi?» In tutta risposta, le ragazze gli fecero segno di andarsene a quel paese e sempre sghignazzando si allontanarono.
«Ma Fabio, che figura...» disse Eddi mentre risaliva.
«Che figura? Scherzi? L'ho fatto per te!»
«Per me, maddai!»
«Ho capito subito che ti interessava la moretta al centro. Ho visto come la guardavi. Vedrai che la prossima volta che vi vedrete non passerai inosservato!» disse facendogli l'occhiolino.
«E certo! Si ricorderà di me come di quello dal fratello scemo.»
«Ah, si eh?» gli rispose Fabio prendendolo alle spalle di nuovo e cingendogli il collo. Stavano ricominciando l’allegra lotta quando una voce familiare li fermò di colpo. Una figura femminile avanzava verso di loro a passo lento. Era una donna esile, piuttosto alta, con i capelli lunghi e biondi, coperti da un foulard a fiori. La somiglianza con Eddi era impressionante.
«Ma allora vi muovete a venire a casa?» sorrideva.
Eddi intanto si chiedeva da quanto tempo sua madre fosse lì e se avesse assistito alla vergognosa scena con quelle ragazze. A pochi passi la seguiva il piccolo Luca di dieci anni, il quale, visti i fratelli, chiese subito di poter fare il bagno con loro. La madre scosse la testa: era tardi. Luca allora cominciò a battere i piedi in terra e a pronunciare una valanga di parole che a suo parere avrebbero dovuto convincerla. Rosetta dette uno sguardo all’orologio e rifletté in fretta. Non sarebbe successo nulla se quel giorno avessero cenato un po’ più tardi, molto meglio che trascinarsi dietro Luca piagnucolante fino a casa. Per dispetto, magari si sarebbe pure rifiutato di mangiare!
Allora serenamente sconfitta fece cenno di sì e dopo avergli accarezzato la testa, lo aiutò a disfarsi dei vestiti che poi si tenne in grembo per non sporcarli. Infine si sedette pazientemente sull'erba, mentre i tre ruffiani le lanciavano baci da lontano e le urlavano: «Mamma sei bellissima! La più bella e brava del mondo!»

(continua)

martedì 15 maggio 2018


Oltre il Vesuvio

Un pomeriggio tardi di quel novembre 1980 si trovò a passare Francesco.
Erano in tre. Il più alto aveva il viso mangiato dall'acne e il corpo esile avvolto in un giubbotto nero da quattro soldi. Il medio era grassoccio, con i capelli incollati in testa e i jeans consumati alle ginocchia. Il più basso il giubbino doveva averlo lasciato a casa, se mai ne possedeva uno. Se ne stava con un sorriso stampato in faccia che in realtà era l'espressione involontaria dei suoi denti da coniglio.
Il più alto sgomitò il compagno grassoccio e sollevò il mento ad indicare Francesco che camminava un po' curvo, lo sguardo basso come a ispezionare il marciapiede. In un lampo gli furono davanti.
«Bell 'stu zainett!»
Francesco sbiancò alla loro vista e indietreggiò. Guardò ai loro lati per trovare una via di fuga, ma il panico lo stava già assalendo. I piedi erano come incollati a terra. Il ciccione si avvicinò con il volto a un palmo da lui. Francesco sentì il puzzo di sudore e di sporco. La nausea lo assalì.
«Chistu zainetto me piace.» gli aveva detto passando un dito sul suo zainetto.
«Mi serve per la scuola.» gli aveva risposto Francesco in un soffio di voce.
Il ciccione scoppiò in una risata teatrale. «Uè, ma lo sentite? Gli serve per la scuola...e perché secondo te noi a scuola non ci andiamo?» Francesco li osservò per un attimo. Dovevano avere sui 15 anni e da come si atteggiavano, la scuola dovevano averla vista solo dal di fuori.
«Lo zainetto non posso darvelo.»
«E perché?» disse quello magro e alto avvicinandosi. Solo allora Francesco notò che aveva un occhio leggermente strabico. «Tu non ce lo devi dare, noi se lo vogliamo ce lo prendiamo.»
«E' un regalo di mia madre, per il mio compleanno, non posso.»
«Aahh,» esclamò il ciccione. «E quello è un regalo della mamma...c'hai ragione e ce lo potevi dire prima!»
Il tipo con il sorriso da coniglio cominciò in quella che per lui doveva essere una risata ma che agli altri appariva come un soffio nervoso di aria dal naso.
Quando il ciccione allungò una mano per afferrarlo, Francesco fece due passi indietro e poi con agilità superò alla sua destra quello dalla faccia da coniglio che sembrava il più scemo della situazione. Ma non fece tre passi che gli altri due lo bloccarono.
Francesco ora respirava affannosamente. Si era portato lo zainetto davanti e lo teneva serrato tra le braccia incrociate.
«Uè guagliò e mo' ce rutte o c***!»
Francesco non perse tempo. Afferrò lo zaino con due mani e lo stampò contro la faccia del ciccione che preso alla sprovvista cadde per terra. Con la stessa rapidità e freddzza, Francesco si mise a correre a più non posso, mentre i tre ragazzacci lo inseguivano ridendo. «Addo' vaje? viene accà!» gli urlavano dietro divertiti.
Una volta arrivato al Corso Garibaldi capì di essere in salvo. La gente affollava i marciapiedi e le macchine rumoreggiavano in strada. Il cuore gli era salito in gola per la paura e per la corsa, ma sapeva che non lo avrebbero inseguito fino lì e adesso con le spalle appoggiate alle mura di un palazzo poteva concedersi il tempo di calmarsi. Dette in un respiro profondo e raggiunse il 234. Una volta dentro l'androne Francesco concesse il suo miglior sorriso di circostanza al portiere Don Gennaro, che se ne stava seduto nella guardiola a leggere quel giornale rosa che dava solo notizie sportive.
Su per le scale si sentì un eroe. Aveva difeso lo zainetto che sua madre gli aveva comperato per il suo compleanno, uno zainetto molto costoso ma: «Te lo meriti», gli aveva detto quel giorno baciandolo in fronte. «Sei sempre così bravo a scuola, il migliore della classe!» e lui non se lo sarebbe fatto portare via da quei tre delinquenti. Poi un pensiero completamente diverso gli attraversò la mente, dissolvendo in un attimo quell'immagine eroica che si era confezionato da solo.
Se loro davvero lo avessero voluto, quello zaino se lo sarebbero preso in un attimo, senza fare tutta quella sceneggiata. E adesso che aveva colpito in faccia il ciccione, li aveva sfidati. Quella era zona loro. Tutto il giorno lì stavano e lui di lì passava spesso. Allora era necessario evitare di farsi vedere di nuovo, almeno per qualche mese, il tempo che se ne fossero dimenticati. Una seconda volta non se la sarebbe cavata. Così decise di allungare facendo il giro per piazza Carlo terzo. Decisamente era l'idea migliore.
Suonò il campanello di casa, soddisfatto della soluzione trovata così facilmente. Sentì le ciabatte di sua madre strisciare sul pavimento dell'ingresso e la vide apparire dietro la porta, bella come sempre. In un lampo si strinse ai suoi fianchi magri.
«Uè, che c'è?» gli sorrise.
«Mi sei mancata!»


(continua)

martedì 1 maggio 2018

Il senso della vita


Camminando per via Torino, nella zona pedonale di Chivasso, mi sono accorta di non conoscere nessuna delle persone che incrociavo e qui ci vivo da circa 16 anni. Non mi capita sempre, ovvio. Nel quartiere in cui vivo (e sorrido alla parola quartiere poiché io vengo da Napoli, precisamente dal quartiere san Lorenzo che nel 2002, anno in cui mi sono trasferita, era popolato da circa 52 mila persone, ovvero il doppio degli abitanti della sola Chivasso!), nel quartiere in cui vivo adesso, dicevo, conosco un po' tutti, ma quando vado al centro ho come la sensazione di essere un'estranea.
A Napoli non mi succedeva mai e non perché il Corso Garibaldi, via Foria, il Corso Umberto I, piazza Carlo III fossero casa mia. Eravamo più di 50mila, ovvio che non potessi conoscere tutti! Eppure dai tratti del viso, dal modo di parlare, dal modo di vestire, di camminare, di gesticolare, di ridere o sorridere, per me quelle erano categorie di persone, potevo indovinare aspetti della loro vita e del loro pensiero. Napoli è l'unica città che io conosca, e forse ce ne saranno altre dato che io ho viaggiato poco, in cui le persone usano la strada non solo per camminarci sopra, ma per viverla: parlano, si fermano a gruppi e parlano e parlano ad altavoce e tu senti quello che dicono, senti i fatti loro, indirettamente diventi parte della loro vita. Loro lo sanno e se ne fregano, sanno che sei un estraneo che quelle parole, i fatti loro anche intimi e dolorosi, da un orecchio ti entrano e dall'altro ti escono, tuttavia il senso di quelle stesse parole resterà murato in un angolo del tuo cervello, come una cellula simile a tante altre seppur diversa nella sua funzione. Quelle parole, quei fatti saranno parte della tua vita, che tu lo voglia o no. E' una condivisione immensa, una ricchezza. Per questo io odio chi non è napoletano e parla di Napoli. Napoli è un cuore autonomo. Napoli è l'umione perfetta degli opposti.
A Napoli puoi capire il senso della vita, anche se qualsiasi napoletano ti dirà che non esiste. Il non esistere del senso della vita è proprio il suo senso più vero. Camminando per via Torino a Chivasso, mi chiedo come sia accaduto che io donna focosa del sud, esplosiva, battagliera, ironica e iperattiva, sia finita nel freddo, distaccato, individualista, ripetitivo e conformista nord. E' accaduto, basta. Ho seguito un cammino, un percorso, il mio percorso, ho fatto delle scelte e sono arrivata in un mondo che per me resterà sempre estraneo e io estranea ad esso. Un mondo che ha dato un valore al tempo, mentre io resto convinta che il tempo sia un'invenzione per misurare il nulla.
Ma stiamo parlando della mia vita che non ha alcun senso. Io sono qui ora a scrivere ma potrei preparare una lasagna, andare a grigliare al lago, visto che oggi è il primo maggio, pregare in Chiesa, defecare in bagno, fare l'amore con il mio compagno (a proposito quanti fanno l'amore al primo maggio? Tutti a grigliare eh?), potrei anche dormire, restare in silenzio, appicare fuoco o rigare l'auto del mio ex amante, non cambierebbe nulla. Non cambierebbe il senso della mia vita.
Si potrebbe pensare che il non senso della mia vita sia legato al fatto che io non sia un politico, un economista, un banchiere, un integralista islamico, un premio nobel per la medicina. Ogni mio atto non smuove una foglia. Eppure c'è chi crede alla teoria della farlalla e dell'uragano, alla legge di attrazione, alla fisica e la chimica, o alle religioni laddove non sappiamo più che pesci pigliare. Teorie! Tutte vere, tutte senza senso perché ogni teorico e ogni lettore di teorie faranno tutti la stessa fine: un cumulo di cenere e ossa.
Allora se il senso della vita inizia e finisce nel suo discorso stesso, ovvero in un metasenso, forse più che parlare di senso della vita io preferirei parlare di valore della vita. Quindi potrei suggerire che a questo mondo qualcuno valga più di qualcun altro. Un politico che legifera ha potere, vale quindi più degli altri? Egli decide della vita di molti così come un giudice o un pazzo criminale o un dittatore.
Uno scienziato, al contrario, può salvare la vita con una scoperta in medicina. Ma anche il vigile del fuoco salva le vite e il missionario nei paesi poveri e il medico di guerra e cosa dire della maestra alla materna che aiuta i suoi bambini a crescere e a superare il distacco dalla mamma o dell'operaio che per otto ore al giorno impacchetta quei prodotti che noi compreremo al supermercato? Per non parlare degli infermieri che in questo momento, al primo di maggio, sono in servizio a occuparsi dei nostri cari in ospedale, o di noi stessi.
Qualcun altro magari in questo momento sta operando di urgenza o sta soccorrendo, o sta cercando una persona scomparsa. Chi tra tutti questi ha maggior valore in vita? Nessuno direi. Quindi la vita non è una questione di valore e torniamo al senso. E torniamo al punto di partenza.
Il senso della vita coincide con la sua durata. Morto un politico se ne farà un altro. Morta una maestra se ne farà un'altra. Morto un criminale se ne farà un altro.
Se la vita è un bilanciamento tra creazione e distruzione, il suo senso è nel suo stesso equilibrio. Ma trattasi di un equilibrio variabile e instabile che non pernette una definizione ultima o completa.
Il motivo del chiedersi il senso della vita non avrebbe senso se non nel fine involontario della nostra ragione, del nostro ragionare. L'intelletto umano nella sua evoluzione chiede una risposta. Se ci chiediamo il senso della vita allora da qualche parte una risposta dovrà pur esserci.
Credo che la singola vita, la vita di un singolo individuo non abbia senso. Se Gesù fosse stato l'unico essere al mondo, la sua vita non avrebbe avuto senso. Il suo senso è legato a quello degli altri esseri umani dalla sua nascita ad oggi. La vita di Martin Luther King non avrebbe avuto senso senza il problema della schiavitù e di tutte le vite dei neri d'America dal 1500 ad oggi. La vita di Marie Curie non avrebbe avuto senso senza tutte le persone che dalla sua scoperta ad oggi hanno usufruito dei raggi X per migliorare la loro esistenza.
Nel mio piccolo, la mia vita ha il suo senso solo se collegata a quella dei miei genitori e ora dei miei figli e in maniera meno forte, ma non per questo meno incisiva, a tutte quelle che ho incrociato dalla mia nascita. Il suo senso terminerà non dopo la mia morte, ma dopo che i miei figli moriranno e con essi svanirà il ricordo della mia persona. Shakespeare lo insegna nella parte finale dell'Amleto:

Se m’hai tenuto nel tuo cuore, Orazio,
tieniti ancor lontano, per un poco,
dalla gioia suprema del trapasso,
e seguita su questo duro mondo
a respirare ancora il tuo dolore
per raccontare ad altri la mia storia.”

Il senso della vita di un personaggio seppur fittizio come Amleto perdura ancora dopo secoli, perché resta nella memoria degli spettatori di questa meravigliosa tragedia.
Posso quindi serenamente affermare che l'arte in ogni sua manifestazione, fa si che il senso della vita risieda nell'eternità del suo ricordo.

domenica 29 aprile 2018




Promesse


Promisi di non cercarti
e non passai sui luoghi della tua vita.
Promisi di non pensarti
e affogai in libri e parole allineate al PC.
Promisi di non amarti
e misi in lista i tuoi innumerevoli difetti.
Promisi di cancellarti
ma avevo un foglio inchiostrato dal tuo nome.

E così mi apparisti in sogno
e sentii i tuoi denti sulle mie labbra
lì dove la ragione perse dimora
lì dove la mia vita finisce e comincia una dolce morte.

Black Marilyn (Emilia Capasso)

sabato 28 aprile 2018

A proposito di Real TV


VITE AL LIMITE




Sono anni ormai che non vedo la televisione. Spesso infatti scopro che tizio e caio sono morti da mesi e io non ne sapevo nulla. Persino la morte di Andreotti me la sono persa...Questo perché considero la televisione un mezzo molto inquinante per la mente, distruttivo per la personalità e tra le cause dell'aumento di malattie nervose quali l'ansia e la depressione.
Non starò qui a spiegare perché, magari in un altro post, invece oggi voglio parlare di di un canale del digitale, che si chiama Real Time, che finalmente offre davvero dei programmi realistici, con storie vere, spesso molto drammatiche, ma vere!
Uno di questi che seguo quasi sempre è "Vite al limite", dove si racconta di persone che hanno raggiunto un peso tale da rischiare la vita. Il modo in cui è costruita la narrazione è perfetto: si parte dalla vita di queste persone, quasi tutte con un'infanzia caratterizzata da mancanza di affetto o di bassissima autostima, per poi passare alla decisione di andare dal dottor Nowzaradan, in Texas, noto chirurgo specializzato il bypass gastrici. La puntata continua narrando poi delle difficoltà così come dei successi raggiunti dai vari protagonisti, analizzando con delicatezza i rapporti con i familiari che spesso sono la causa dell'obesità, fino ad arrivare al raggiungimento dell'obiettivo peso in un anno.
Mi piace il tono pacato, l'assenza di giudizio, il sottolineare l'infelicità di queste persone che non riescono ad uscire dalla trappola del cibo, perché erroneamente la considerano la loro salvezza dall'infelicità.
Il dottor Nowzaradan è davvero la sorpresa e la colonna di questo programma. Agli antipodi del personaggio televisivo (infatti è un vero chirurgo che ama il suo lavoro), si presenta con una naturale aria bonaria che si scontra con le sue diagnosi nude e crude dette senza esprimere un falso e inopportuno sentimentalismo, ma lanciate cone un taglio netto su persone che stanno sfiorando la morte.
Questo programma è semplicemente fatto benissimo! Senza ostentare alcun sentimentalismo, sono dei documentari costruiti non per attirare un pubblico di guardoni o curiosi che si divertirebbero a vedere la flaccide carni traballare, o che inorridirebbero nel vedere cumuli di grasso simili a enormi tumori della pelle, quanto per sensibilizzare le persone verso un problema che negli Stati Uniti rappresenta un caso sociale. E oggi in Italia è in aumento il numero di bambini in sovrappeso. io che ho lavorato alle medie posso confermarlo. la tendenza è nettamente superiore al sud Italia, dove lo sport non è ancora considerato un must nell'età dello sviluppo.
Vite al limite fa riflettere anche sui rapporti madre figlio, padre figlio, quanto una cattiva presenza o l'assenza di un genitore possono influire in maniera drammatica fino a spingere ad ingozzarsi di cibo.
Per concludere, un bel programma da vedere per imparare qualcosa e migliorare noi stessi nel nostro quotidiano.